Reportage | Iran

Iran: dai fasti del passato alle antinomie del presente

Economic Scenario di Marco Cossu -

La crescita dopo l'embargo

L'economia iraniana deve recuperare molto terreno; la crescita economica in questi anni è stata bassa, non all'altezza delle potenzialità del Paese. Con la fine dell'embargo, l'Iran è potuto tornare a dare il meglio di sé. Un Paese molto giovane, ma che sconta un rapporto ancora troppo stretto tra macchina statale ed attività economiche

 

L’embargo e le sanzioni imposte dal mondo occidentale (Usa, Onu, UE e da singoli paesi europei come il Regno Unito) hanno paralizzato l’economia iraniana colpendola in settori strategici, come quello energetico e finanziario. Con il raggiungimento dello storico accordo sul nucleare di Vienna e la progressiva eliminazione delle gravose restrizioni, Teheran è tornata protagonista dell’economia mondiale contando su fondi, un tempo congelati, e sui proventi derivanti dalle esportazioni di gas e petrolio.

Un Paese che vuole rialzarsi

Si tratta di un ritorno in grande stile. L’Iran è un Paese che conta oltre 75 milioni di abitanti, il 60% dei quali ha un’età inferiore ai 30 anni. Quella iraniana è tra le prime 20 economie al mondo, in Medio Oriente seconda solo a quella dell’Arabia Saudita. Teheran controlla, inoltre, una delle regioni strategiche del pianeta, destinata a ricoprire un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni: il corridoio naturale tra Mar Caspio e Golfo dell’Oman, zona ricca di idrocarburi, quarta al mondo per riserve di petrolio e seconda per riserve di gas naturale. Ripercuotendosi sull’export degli idrocarburi, prima fonte di entrata dell’economia persiana, e rendendo difficili le transazioni verso il Paese, le sanzioni hanno costituito un grosso freno alla crescita economica. Nel biennio 2013-2014 il PIL iraniano ha ceduto di ben 3 punti, una tendenza che ha visto una lieve ma decisa inversione nel biennio successivo, attestandosi ad un tasso di crescita dell’1%. Il mutato atteggiamento della comunità internazionale nei confronti del Paese, salvo l’acuirsi delle tensioni regionali a seguito all’impegno iraniano sul fronte siriano, offre all'Iran la possibilità di colmare il gap accumulato negli ultimi anni e di affacciarsi sui mercati con maggior fiato e dinamismo. L’economia del Paese ha attraversato un periodo di profondi mutamenti e con fatica tutt’oggi cerca di superare un modello di gestione pianificato e fortemente centralizzato con uno maggiormente dinamico ispirato alle economie di libero mercato. Resta tuttavia una prevaricante presenza dello Stato nelle maggiori imprese del Paese, come dimostra la tendenza ad affidare il ruolo di viceministro agli amministratori delegati delle grandi aziende pubbliche. Il controllo statale tende a essere più forte in settori chiave dell’economia, come idrocarburi, industria pesante, spazio e difesa, incidendo sulla naturale formazione dei prezzi e sulle quantità di prodotti immessi sul mercato. Uno stretto rapporto quello tra Stato ed economia che impedisce l’affermarsi di nuovi attori nazionali ed esteri e pone le principali aziende pubbliche, e semi-pubbliche, in posizioni di assoluto vantaggio. Oggi quasi tutto il potenziale economico del Paese viene trascinato dal comparto energetico, e dalle esportazioni delle risorse. Secondo un recente studio del Fondo Monetario Internazionale, il tasso di crescita del PIL iraniano si registra attorno ad un solido 7.4%, ma quando il settore petrolifero viene eliminato dalle stime, il tasso di crescita scende ad un misero 1%. Dunque, la crescita economica del Paese, fortemente ancorata al mercato energetico, rimane estremamente volatile.

Teheran, il grande assente del WTO

Pur prendendo parte all’Economic Cooperation Organization (ECO) per la creazione di un’area di libero scambio regionale, l’Iran è il grande escluso nella maggiore organizzazione commerciale del mondo, il WTO. L’ingresso dell’Iran in questa organizzazione internazionale è stato più volte osteggiato dagli Stati Uniti, prima con l’accusa di supportare azioni di terrorismo, poi a causa dell’avanzamento del programma sul nucleare. Il riavvicinamento tra Rouhani e Obama ha fatto scaturire, però, inaspettati sviluppi su questo fronte. Alcuni analisti ritengono che l’integrazione di Teheran nel commercio globale potrebbe fungere da pungolo per la liberalizzazione della propria economia e portare successivamente ad una maggiore liberalizzazione politica. Diversi osservatori sono concordi nel pensare che, durante gli anni di isolamento, i Pasdaran abbiano accresciuto il proprio controllo sull’economia, arrivando a gestire circa un terzo del budget statale, quasi la totalità del mercato nero del Paese e ad assumere il controllo di circa la metà dell’industria delle telecomunicazioni. L’accettazione di regole sulla concorrenza imposte dal WTO potrebbe condurre il Paese verso un cambiamento. Gli anni dell’isolamento hanno spinto Teheran a rafforzare i rapporti commerciali soprattutto con i paesi asiatici. Emirati Arabi, Cina e Corea del Sud sono i principali fornitori di prodotti derivati dalla siderurgia, macchinari industriali, veicoli, apparecchiature elettroniche e prodotti alimentari, mentre Cina, India e Turchia importano prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio, dall’industria chimica e dai prodotti minerari. A godere di un rapporto privilegiato è soprattutto la Cina, primo partner commerciale della Repubblica Islamica e primo fornitore di macchinari per l’industria nucleare iraniana; è cresciuto negli ultimi anni anche il rapporto con gli Emirati Arabi, necessario per bypassare le misure imposte dall’embargo. L’apertura raggiunta con gli accordi di Vienna - e il rafforzamento della moneta locale, il Riāl - fa supporre, tuttavia, un’importanza crescente dell’interscambio soprattutto con i paesi dell’Unione Europea.

Il futuro, sfide e difficoltà da superare

Restano sullo sfondo importanti traguardi da raggiungere. Anche se l’Iran è stato capace di archiviare una stagione caratterizzata da forti tendenze inflattive e ha portato, nonostante le difficoltà, il tasso di inflazione sotto il 15%, l’economia iraniana è vulnerabile all’andamento dei prezzi del greggio: la contrazione dei prezzi si ripercuote duramente sulle entrate statali. Per questo, il governo Rouhani si è impegnato in una politica di riduzione dei sussidi statali in settori chiave dell’economia. Pesa inoltre sulle giovani generazioni istruite l’elevato tasso di disoccupazione, che ha raggiunto nel 2013 il 24,3% a fronte di un tasso totale del 10,3%, un problema a cui Teheran dovrà far fronte per preservare la stabilità del regime. Non da ultimo la competitività dell’economia iraniana è messa a dura prova dal controllo delle attività produttive da parte dello Stato e delle Bonyad che con calmieramento dei prezzi dei beni di consumo immobilizzano l’economia iraniana.