Oil Market Review

Monthly Review

  • Aprile 2019

    A marzo 2019, il prezzo del barile è aumentato di circa 3,5 $/b, venendo scambiato intorno ai massimi da quattro mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 64,99 $/b e le ha chiuse a 68,36 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 56,2 $/b, per poi chiudere a 60,22 $/b.

    Nel dettaglio, i prezzi del greggio sono costantemente cresciuti sino al 20 marzo 2019 – rispettivamente quotando 68,3 $/b e 60 $/b – poiché le scorte commerciali statunitensi sono decresciute dai 449.072.000 barili dell’8 marzo 2019 ai 439.483.000 barili del 15 marzo 2019. In seguito, sono leggermente diminuiti a causa dell’apprezzamento del dollaro (€/$ 1,1218 il 28 marzo) prima di aumentare nuovamente sulla scia delle dichiarazioni del ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, il quale ha affermato che la Federazione Russa avrebbe raggiunto la propria quota di tagli a inizio aprile (-228.000 b/g).

    A partire dal 2019, i prezzi dei benchmark asiatico-europeo e statunitense sono rispettivamente saliti del 25% e del 30% nella misura in cui i tagli dell’OPEC+, in aggiunta ai cali estrattivi in Venezuela (-142.000 b/g a febbraio 2019) e Iran, hanno più che controbilanciato la crescente produzione di tight oil USA (12.100.000 b/g da febbraio 2019).

    Secondo Goldman Sachs, “l’ultimo rally del Brent ha portato i prezzi al picco di 67,5 $/b, tre mesi prima rispetto a quanto da noi preventivato. Nel prossimo futuro, la crescita della domanda [stimata di 1.450.000 b/g nel 2019] e le interruzioni delle forniture potrebbero spingere i prezzi fino a 70 $/b. Le perdite sul versante dell’offerta, così come la crescita della domanda, stanno superando le nostre aspettative […] mentre le posizioni nette di lungo periodo rimangono tuttora depresse”.

    Questa situazione potrebbe potenzialmente rappresentare una perfetta tempesta di stampo rialzista, a meno che il prossimo maggio Donald Trump non proroghi le deroghe nei confronti degli acquirenti di petrolio iraniano attualmente sotto sanzioni USA.

    di Demostenes Floros
  • Marzo 2019

    A febbraio, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 62,91 $/b e le ha chiuse a 66,45 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto gli scambi a 55,67 $/b, chiudendoli a 57,25 $/b. Dall’inizio del 2019, i prezzi del barile sono aumentati del 26% circa.

    L’11 febbraio, entrambe le qualità hanno toccata il minimo mensile, il Brent quotando 61,97 $/b e il WTI 52,82 $/b, a causa dell’incremento delle scorte commerciali USA da 445.944.000 barili il 25 gennaio a 454.512.000 barili il 15 febbraio (+8.568.000 barili).

    Il 20 febbraio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno raggiunto il massimo del mese, venendo rispettivamente scambiati a 67,14 $/b (record da tre mesi) e a 57,27 $/b in virtù delle seguenti ragioni: 

    1. A gennaio 2019, l’Arabia Saudita ha estratto 10.200.000 b/g (11.090.000 b/g a novembre 2018), tagliando il proprio output per un ammontare superiore rispetto a quanto stabilito dall’OPEC Plus, durante il meeting di Vienna tenutosi a fine 2018;

    2. I segnali di disgelo delle tensioni commerciali tra Stati Uniti d’America e Cina, i quali avrebbero un impatto positivo sulla domanda globale di petrolio.

    Nel corso dell’ultima settimana di febbraio, i prezzi del barile sono inizialmente decresciuti in virtù della produzione record di 12.100.000 b/g raggiunta dagli USA e sulla scia delle affermazioni del Presidente statunitense, Donald Trump, il quale ha avuto modo di twittare: “I prezzi del petrolio stanno diventando troppo alti. Per favore Opec rilassati e prenditela comoda. Il mondo non può sopportare aumenti di prezzo, è fragile”! Tuttavia, il 12 febbraio, il Ministro del Petrolio saudita, Khalid Al Falih, aveva dichiarato che il suo paese avrebbe ridotto il proprio output a 9.800.000 b/g a marzo. Nel contempo, il ministro aveva precisato che l’Arabia Saudita avrebbe per di più diminuito le proprie esportazioni a 6.900.000 b/g (8.200.000 b/g a novembre 2018).

    “L’OPEC deve nuovamente scegliere tra l’ira di Trump e il crollo dei prezzi” ha infatti titolato Bloomberg il 26 febbraio.

    Da ultimo, il greggio ha chiuso in rialzo a causa del crollo delle scorte petrolifere USA di 8.647.000 barili a complessivi 445.860.000 barili.

    di Demostenes Floros
  • Febbraio 2019

    A gennaio, i prezzi del barile sono significativamente aumentati perché i membri dell’OPEC+ hanno iniziato a implementare gli accordi decisi durante il meeting di Vienna del 30 novembre 2018. Nello specifico, i produttori di petrolio avevano deciso di tagliare le estrazioni per un ammontare pari a 1.200.000 b/g nel corso del primo semestre del 2019 con l’obiettivo di rimuovere l’eccesso di offerta presente nel mercato petrolifero.

    Nel primo mese del 2019, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 54,75 $/b e le ha chiuse a 61,06 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le contrattazioni a 46,6 $/b, chiudendole a 54,15 $/b. Sia il benchmark (riferimento) europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 21 gennaio – rispettivamente quotando, 62,83 $/b e 54,19 $/b – in virtù della crisi politica divampata in Venezuela, lo Stato con le maggiori riserve petrolifere al mondo.

    In aggiunta all’accordo petrolifero dell’OPEC+ e ai tumulti presenti nello paese Latinoamericano, un ulteriore fattore rialzista è stato il seppur tenue deprezzamento del dollaro e l’impressione che la Federal Reseve non adotterà una politica monetaria fortemente restrittiva come precedentemente ipotizzato.

    Nel contempo, il mercato petrolifero è stato caratterizzato anche da alcuni fattori ribassisti, tuttora presenti, tra i quali:

    1. L’11 gennaio 2019, gli USA hanno estratto il record di 11.900.000 b/g. Tuttavia, una serie di segnali – a partire dal trend delle trivelle attive – suggeriscono che l’output di tight oil e shale gas rallenterà la propria crescita nel 2019;

    2. Nel 2018, si prevede che il PIL della Cina crescerà del 6,6%, il tasso più basso dal 1990 a oggi.

    Secondo le stime del report pubblicato dall’International Monetary Fund il 21 gennaio, l’economia mondiale aumenterà del 3,5% nel 2019 e del 3,6% nel 2020. Nel Negli ultimi tre mesi, trattasi della seconda revisione al ribasso (-0,2% e -0,1%) in confronto a quando preventivato a ottobre 2018. “La crescita globale si sta espandendo a un ritmo salutare, ma stiamo assistendo a un rallentamento” ha affermato la responsabile della ricerca, Gita Gopinath, precisando che “nell’economia globale sussistono una serie di rischi ribassisti”.

    Se l’intensità della crescita globale pone una minaccia alla domanda di petrolio, le nuove sanzioni USA imposte alla compagnia Petroleos de Venezuela SA il 29 gennaio rappresentano un ulteriore rischio sul versante dell’offerta che potrebbe sfociare in una maggiore volatilità dei prezzi.

    di Demostenes Floros
  • Gennaio 2019

    A dicembre, il prezzo del petrolio è diminuito di quasi 8 $/b sulla scia delle tensioni finanziarie internazionali. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 61,91 $/b e le ha chiuse a 54,15 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 53,35 $/b, terminando a 45,67 $/b. Il 24 dicembre, dopo l’annuncio del quarto taglio dei tassi di interesse implementato dalla Federal Reserve nel corso del 2018, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano, hanno raggiunto i rispettivi minimi. Nello specifico, il Brent ha toccato 50.68 $/b – il prezzo più basso dal 18 agosto 2017 – mentre il WTI è calato fino a 42,38 $/b – il prezzo minore dal 10 agosto 2016.

    Inoltre, nel corso della seconda metà di dicembre, il prezzo del barile si è fortemente ridotto in virtù dei seguenti fattori:

    1. Grazie alla tecnica del fracking, gli Stati Uniti hanno estratto 11.700.000 b/g, un ammontare record. Nel contempo, la Federazione Russa ha prodotto 11.420.000 b/g;

    2. Secondo l’International Energy Agency, a ottobre, le scorte commerciali dei Paesi facenti parte dell’OCSE sono aumentate di 5.700.000 barili per complessivi 2.872.000.000 barili, lievemente oltrepassando la media degli ultimi 5 anni;

    3. Il 19 dicembre, nonostante le preoccupazioni espresso dal Presidente Donald Trump in merito ad un eventuale crollo del mercato finanziario statunitense, la FED ha innalzato il range del saggio di interesse overnight di 25 punti base, portandolo dal 2-2.25% al 2.25-2.50%. L’effettivo rischio di una bolla finanziaria, in aggiunta alle tensioni commerciali ancora esistenti tra le due super potenze economiche, gli Stati Uniti d’America e la Cina, potrebbero determinare un indebolimento della domanda di energia nel 2019;

    4. Il ruolo della finanza. Diversi Hedge Funds (Fondi Coperti) stanno incrementando le loro scommesse ribassiste soprattutto, nei confronti del benchmark Brent.

    Il 7 dicembre, il cosiddetto gruppo OPEC+ guidato dall’Arabia Saudita e dalla Federazione Russa ha deciso di tagliare la propria produzione di 1.200.000 b/g per un periodo di 6 mesi, a partire dal 1° gennaio 2019. Se i Paesi produttori desiderano effettivamente ridurre la volatilità che ha caratterizzato il prezzo del barile nella seconda metà del 2018, essi devono implementare tale accordo quanto prima. Il fatto che l’Arabia Saudita abbia tagliato le proprie esportazioni di circa 500.000 b/g a dicembre per complessivi 7.253.000 b/g pare essere un inizio promettente.

    di Demostenes Floros
  • Dicembre 2018

    A novembre, il forte andamento ribassista dei prezzi del petrolio è proseguito. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 72,75 $/b e le ha chiuse a 59,23 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha iniziato scambiando a 63,65 $/b, per poi chiudere a 50,82 $/b.

    In dettaglio, i prezzi del barile sono diminuiti in virtù delle seguenti ragioni:

    1. Versante domanda - Il persistente conflitto commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Cina sta rallentando la crescita dell’economia globale;

    2. Versante offerta - Gli Stati Uniti hanno esonerato 8 Paesi, tra i quali la Cina che attualmente è il principale importatore di greggio al mondo, dall’acquisto di petrolio iraniano;

    3. Versante offerta - Gli Stati Uniti d’America, l’Arabia Saudita, e la Federazione Russa hanno aperto i loro rubinetti alla massima velocità. Nello specifico, grazie alla tecnica del fracking, gli USA hanno raggiunto l’output di 11.700.000 b/g a novembre, l’Arbia Saudita ha estratto 10.700.000 b/g il mese precedente, mentre la Federazione Russa ha toccato il nuovo record post sovietico di 11.410.000 b/g a ottobre, in rialzo rispetto agli 11.360.000 b/g a settembre;

    4. Versante offerta - Le scorte commerciali USA sono aumentate per la decima settimana di seguito, incrementando da 426.004.000 barili il 26 ottobre, a 450.485.000 barili il 23 novembre (data di pubblicazione 5 giorni dopo).

    “L’aspetto [attualmente] più importante nel mercato del petrolio è la volatilità”, ha affermato il direttore esecutivo dell’International Energy Agency, Fatih Birol, nel corso di una conferenza tenutasi a Oslo, il 20 novembre. “In virtù dell’incremento delle pressioni geopolitiche che stiamo osservando sui mercati del greggio, riteniamo che stiamo entrando in un periodo caratterizzato da un’incertezza che non ha precedenti”. Indipendentemente dalle decisioni che verranno prese a Vienna durante il prossimo meeting dell’OPEC, tale incertezza difficilmente verrà meno nei mesi a venire. Per il momento, le quotazioni dei prezzi del petrolio attorno ai 60 $/b sono “assolutamente eccellenti” ha affermato il presidente russo, Vladimir Putin. “Se sarà necessario, siamo in contatto con l’OPEC, e proseguiremo questo lavoro comune”, ha aggiunto, prima che il Presidente statunitense, Donald Trump, cancellasse il loro incontro previsto nel corso del G20 di Buenos Aires.

    di Demostenes Floros