Oil Market Review

Monthly Review

  • Ottobre 2019

    A settembre 2019, il greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 58,65 $/b e le ha chiuse a 60,78 $/b, mentre la qualità West Texas Intermediate ha aperto gli scambi a 54,65 $/b, chiudendo a 54,30 $/b.

    Come diretta conseguenza degli attacchi militari subiti dall’Arabia Saudita il 14 settembre, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato i massimi mensili, rispettivamente quotando 69,18 $/b il 17 settembre e 63,07 $/b il 16 settembre. Nello specifico, grazie all’utilizzo di droni, sono stati colpiti il bacino petrolifero di Khurais e l’impianto di Abquaid, provocando un calo della produzione saudita di 5.700.000 b/g. Inoltre, dal 30 agosto al 6 settembre, le scorte commerciali USA sono diminuite di 6.912.000 barili.

    Nel corso della seconda metà del mese, i prezzi del barile sono calati in virtù dei seguenti fattori:

    1. Secondo la Reuters, il 25 settembre, la compagnia statale petrolifera Saudi Aramco aveva già ripristinato la capacità produttiva precedente gli attacchi (11.300.000 b/g). Tuttavia, la notizia non è stata confermata dal Wall Street Journal, secondo il quale il giacimento di Khurais, così come lo stabilimento di Abquaid, necessiteranno di mesi e non di settimane affinché tornino a lavorare a pieno regime;

    2. Le scorte USA sono incrementate da 416.068.000 barili il 6 settembre a 419.538.000 barili il 20 settembre (+3.470.000 barili), a dispetto di una decrescita prevista di 6.500.000 barili;

    3. Nonostante gli Stati Uniti d’America abbiano immediatamente accusato l’Iran di essere il responsabile degli attacchi contro l’Arabia Saudita, Washington non ha reagito con un atto di guerra nei confronti di Teheran. Inoltre, il 23 settembre, l’Iran ha annunciato che la petroliera battente bandiera britannica Stena Impero – che era stata precedentemente confiscata – era libera di salpare;

    4. Il 27 settembre, l’Arabia Saudita ha annunciato una parziale tregua nei confronti dei combattenti Houthi in Yemen.

    Nel breve periodo, il trend del greggio dipenderà in gran parte dall’esito degli colloqui USA-Cina, i quali riprenderanno a ottobre come deciso lo scorso 5 settembre dal vice Presidente cinese, Liu He, dal Segretario di Stato USA, Steven Mnuchin, e dal Rappresentante USA per il Commercio, Robert Lighthizer.

    Nei fatti, lo scontro commerciale in corso tra le due superpotenze sta influenzando l’economia globale, così come la domanda di petrolio.

    di Demostenes Floros
  • Settembre 2019

    Ad agosto 2019, il prezzo del barile è diminuito per cause riconducibili ai fondamentali e a fattori geopolitici. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 64,01 $/b e le ha chiuse a 60,36 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 57,69 $/b, chiudendo a 55,08 $/b.

    Il 7 agosto, sia il benchmark asiatico ed europeo Brent, sia il riferimento americano WTI hanno toccato il minimo mensile, venendo rispettivamente scambiati a 56,41 $/b e a 50,93 $/b, in virtù dell’inasprimento della guerra commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Cina con conseguente rallentamento della crescita dell’economia globale come pure della domanda di petrolio. In aggiunta, dal 26 luglio al 9 agosto, le scorte petrolifere USA sono aumentate da 436.545.000 barili a 440.510.000 barili.

    Nel corso della seconda metà del mese, il barile ha recuperato parte del terreno precedentemente perso a causa dei seguenti fattori.

    Il 19 agosto, l’impianto saudita di Shaybah, che produce circa 1.000.000 b/g, poco meno del 10% dell’intero output della Petromonarchia, è stato colpito da un drone dei combattenti yemeniti. Inoltre, il 23 agosto, le scorte commerciali USA sono calate a 427.751.000 barili.

    Da ultimo, ma non di minor importanza, il 26 agosto, il Presidente Donald Trump ha affermato che la Cina desidererebbe riprendere i colloqui sul commercio. Se così fosse, le tensioni tra i due paesi si allenterebbero.

    Da aprile 2019, il barile ha perso il 15% del proprio valore. Tuttavia, le attuali quotazioni sono superiori rispetto a quelle del 1° gennaio 2019 quando i produttori dell’OPEC+ iniziarono a ridurre l’output di 1.200.000 b/g.

    di Demostenes Floros
  • Agosto 2019

    A luglio 2019, i prezzi del petrolio sono leggermente diminuiti. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 65,93 $/b e le ha chiuse a 65,18 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 59,60 $/b, chiudendo a 57,89 $/b.

    L’11 luglio, entrambe le qualità hanno raggiunto il massimo mensile – rispettivamente quotando 67,58 $/b e 60,84 $/b – a causa del calo delle scorte statunitensi, le quali sono decresciute da 468.491.000 barili il 28 giugno a 458.992.000 barili il 5 luglio. Inoltre, l’uragano Barry ha nel contempo colpito il Golfo del Messico, riducendo l’output della regione di oltre 600.000 b/g, approssimativamente 1/3 dell’intera produzione del Golfo.

    Il 18 luglio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato il minimo mensile venendo rispettivamente scambiati a 61,66 $/b e a 54,79 $/b, in virtù dei timori riconducibili al possibile rallentamento della crescita della domanda globale di petrolio nella seconda metà dell’anno corrente.

    Durante gli ultimi dieci giorni di luglio, i prezzi del barile suono nuovamente aumentati in conseguenza di tre fattori concomitanti:

    1. La crescente tensione nel Golfo Persico, dal quale transitano 18.500.000 b/g di petrolio e derivati;

    2. L’ulteriore riduzione delle scorte commerciali USA, le quali sono calate da 455.876.000 barili il 12 luglio a 445.041.000 barili il 19 luglio;

    3. Il 31 luglio, per la prima volta dal 2008, la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli nel range (forbice) 2-2,25%, con lo scopo di supportare l’economia statunitense e, di conseguenza, anche la domanda globale petrolifera.

    A giugno 2019, nonostante le sanzioni USA, la Cina ha importato 208.205 b/g dall’Iran, il 60% circa in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, specialmente da un punto di vista geopolitico, il fatto che la cooperazione sino-iraniana sia tuttora in campo rappresenta un fattore fondamentale per la stabilità del prezzo del barile.

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2019

    A giugno 2019, il prezzo del barile è significativamente aumentato (circa 5,5 $/b). In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto gli scambi a 61,62 $/b e li ha chiusi a 66,71 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 52,97 $/b, chiudendole a 58,20 $/b.

    Sia il prezzo del benchmark per i mercati europeo e asiatico, sia il riferimento americano sono incrementati a causa dei seguenti fattori economici e geopolitici:

    1. Dopo essere diminuite a 485.470.000 barili il 7 giugno (minimo dal 1990), le scorte USA sono ulteriormente calate a 469.576.000 barili il 21 giugno (-15.890.400 barili), il maggior declino registrato nelle forniture statunitensi dal settembre 2016. Sulla scia di quest’ultimo dato pubblicato dall’Energy Information Administration il 26 giugno, il WTI ha raggiunto il massimo mensile, scambiando a 59,70 $/b;

    2. Dopo avere raggiunto il record estrattivo di 12.400.000 b/g il 31 maggio, l’output USA è decresciuto a 12.100.000 b/g il 21 giugno;

    3. Il 20 giugno, la contraerea iraniana ha abbattuto un drone statunitense presso lo Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico. Secondo le informazioni divulgate da Teheran, il drone era entrato nello spazio aereo iraniano. Di converso, Washington ha rivendicato il fatto che il velivolo fosse nello spazio aereo internazionale;

    4. A maggio 2019, la Federazione Russa ha ridotto le proprie estrazioni a 11.110.000 b/g, portandole al di sotto del livello stabilito in accordo con l’OPEC+ a dicembre 2018 (11.180.000 b/g). Nello specifico, le forniture russe trasportate attraverso l’oleodotto Druzhba, il quale connette la Russia con l’Europa centrale, si sono ridotte da aprile 2019 a causa del greggio contaminato.

    Il 29 giugno, il presidente USA, Donald Trump, ha incontrato il suo omologo cinese Xi Jinping durante il G20 di Tokio. Trump e Xi hanno deciso di riaprire il dialogo in merito all’intesa commerciale tra le due superpotenze economiche. Nel caso in cui riuscissero a conseguire un accordo nel corso delle prossime settimane, esso avrà senza dubbio un impatto positivo sulla domanda petrolifera.

    La correlazione positiva che sussiste anche tra il trend della domanda cinese di greggio e il prezzo del Brent (stimata al 79%, ceteris paribus), in aggiunta al prolungamento dei tagli stabiliti dall’OPEC+ a Vienna il 1° luglio 2019, presumibilmente supporteranno il prezzo del barile nel corso della seconda metà dell’anno.

    di Demostenes Floros
  • Giugno 2019

    A maggio 2019, il prezzo del petrolio è diminuito in maniera significativa a causa delle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti d’America e la Cina, le quali potrebbero negativamente intaccare la crescita della domanda globale. “L’impressione è che ci stiamo trincerando in una guerra commerciale che danneggerà la domanda di greggio” ha dichiarato il commodity manager, Tariq Sahir.

    In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 72,03 $/b e le ha chiuse a 64,47 $/b (-10% rispetto ad aprile), mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 63,68 $/b, chiudendo a 53,4 $/b, il minimo dal 12 febbraio (-16% mese su mese).

    Il 23 maggio, le scorte statunitensi sono incrementate di 4.740.000 b/g per un totale di 476.775.000 barili. Secondo i dati dello U.S. Energy Department, si tratta del livello più alto da luglio 2017. Le scorte americane, in aggiunta al record estrattivo USA di 12.200.000 b/g, sono la principale causa del differenziale di prezzo esistente tra le qualità Brent e WTI, oramai attorno agli 11 $/b.

    Ad aprile 2019, la conformità dei limiti produttivi all’accordo OPEC+ del 7 dicembre 2018 (-1.200.000 b/g) ha raggiunto il 168% rispetto al 138% di marzo. Per questa ragione, in occasione del vertice Vienna in programma il 30 giugno 2019, i produttori potrebbero decidere di eliminare l’eccesso di tagli, rispettando comunque i livelli di output previsti nell’intesa per poi prolungarla nella seconda metà dell’anno.

    Se così fosse, l’Arabia Saudita, leader dell’OPEC, e la Federazione Russa, capofila dei produttori non-OPEC, potrebbero inoltre raggiungere un equilibrio politico reciprocamente vantaggioso.

    di Demostenes Floros