Oil Market Review

Monthly Review

  • Gennaio 2018

    A dicembre, i prezzi del petrolio sono aumentati sulla scia dell’estensione dell’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC. Il livello di conformità con i tagli precedentemente prestabiliti è cresciuto al 115% a novembre, portando la media nei primi 11 mesi del 2017 al 91%. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 63,70 $/b e le ha chiuse a 66,62 $/b – il record da maggio 2015 – mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando 58,36 $/b, per poi chiudere a 60,25 $/b – il massimo da giugno 2015.

    Il 6 dicembre, sia il benchmark europeo e asiatico, sia la miscela americana hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente quotando 61,26 $/b e 55,97 $/b. In base alle statistiche pubblicate dallo U.S. Energy Information Administration, nonostante si sia verificato un calo delle scorte di greggio per un ammontare pari a 5.600.000 barili, le giacenze di Distillate Fuel Oil sono invece incrementate di 1.700.000 barili e le Total Motor Gasoline di 6.800.000 barili con la conseguenza che alcuni hedge funds hanno liquidato le loro posizioni.

    Di seguito, i diversi fattori finanziari e geopolitici che hanno determinato il trend ascendente del prezzo del barile:

    1. L’11 dicembre, il North Sea Forties Pipeline System (FPS) ha interrotto le forniture a causa di una rottura. L’FPS è ritornato in funzione a partire dal 30 dicembre;

    2. Il ruolo della finanza. Nel corso dell’anno appena conclusosi, le scommesse dei fondi coperti sono state le più rialziste di sempre;

    3.   La debolezza del dollaro;

    4. Le riserve di greggio USA ha raggiunto il minimo da luglio 2015;

    5. Il 26 dicembre, l’esplosione di un gasdotto in Libia ha ridotto la produzione di circa 100.000 b/g.

    Nel corso del 2017, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati rispetto all’anno precedente. In particolar modo, il Brent è incrementato del 17,3%, mentre il WTI del 10,3%. A causa della crescita del fracking statunitense, il mercato presenterà un moderato eccesso dal lato dell’offerta anche nella prima metà del 2018, ma il più importante evento che caratterizzerà il nuovo anno sarà – con ogni probabilità – il lancio del petro-yuan convertibile in oro da parte della Cina.

    di Demostenes Floros
  • Dicembre 2017

    A novembre, i prezzi del petrolio sono aumentati sino a raggiungere i massimi da metà 2015. In particolare, la qualità del greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 60,44 $/b e le ha chiuse a 62,71 $/b, mentre la miscela del West Texas Intermediate ha aperto a quota 54,27 $/b per chiudere a 57,45 $/b sulla scia dell’estensione per l’intero 2018 dell’accordo OPEC/non OPEC stipulato a novembre 2016 e in scadenza il 31 marzo 2018.

    Inoltre, sono diversi i fattori che hanno contribuito a determinare il trend mensile ascendente del petrolio, tra i quali:

    1. In conformità con le stime fornite dall’Oil Market Report, a settembre le scorte nei paesi OSCE sono diminuite di 40.000.000 di barili. Per la prima volta nel corso degli ultimi due anni, le giacenze globali sono scese sotto i 3 trilioni di barili (63.000.000 di barili nel III trimestre 2017);

    2. Nonostante l’output di greggio USA abbia raggiunto i 9.682.000 b/g (previsioni settimanali), aumentando del 15% dalla metà del 2016, il prezzo del WTI ha inoltre raggiunto il massimo a 58,81 $/b il 24 novembre a causa della chiusura della pipeline Keystone dovuta ad una perdita. La capacità di Keystone – che connette i bacini di oil sands del Canada con gli Stati Uniti d’America – è di 590.000 b/g.

    3. Il costante deprezzamento del dollaro. Il 27 novembre, la valuta americana è giunta a prezzare 1,1952 €/$, il minimo dal 4 settembre 2017 (1,206 €/$);

    4. Il cosiddetto Black Friday fiscale cinese. Dal 1 dicembre 2017, la Cina taglierà le tariffe di 187 beni di consumo importati. Le tariffe dei generi alimentari, farmaceutici, cosmetici e abbigliamento diminuiranno da una media attuale del 17,3% al 7,7%. Secondo il quotidiano economico e finanziario MF Milano Finanza, “il lungo viaggio di Donald Trump in Asia sta facendo sentire gli effetti”;

    5. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

    Tenuto conto che il mercato petrolifero è tutt’ora caratterizzato da un eccesso dal lato dell’offerta, la seconda estensione dell’accordo di novembre 2016 – se correttamente implementato nel corso del 2018 – certamente determinerà un ribilanciamento del mercato con prezzi stimati attorno ai 60 $/b.

    In base ai dati forniti dall’Outlook 2017 del Fondo Monetario Internazionale, la maggior parte dei membri dell’OPEC – dopo avere profondamente ridimensionato i propri bilanci di Stato – attualmente, ha un prezzo di break-even prossimo alle stime del FMI (in realtà, nel 2017 l’Arabia Saudita necessita di 73,1 $/b).

    Da un punto di vista strettamente geopolitico, l’impressione è che il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sia uno dei più influenti player anche tra i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio dopo avere ottenuto la vittoria militare in Siria – la quale creò le precondizioni per l’accordo di novembre 2016.

    di Demostenes Floros
  • Novembre 2017

    In ottobre, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati di circa 4-5$/b. Un analogo incremento si era verificato anche nel corso del mese di settembre. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 56,10$/b e ha chiuso a 61,18$/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto quotando a 50,90$/b per poi chiudere a 54,88$/b. Il 27 ottobre, per la prima volta da due anni a questa parte, il Brent ha quindi oltrepassato la soglia dei 60$/b.

    L’attuale differenziale di prezzo di circa 5-6$/b che sussiste tra il benchmark europeo e asiatico e il riferimento americano è quasi interamente dovuto agli uragani che hanno colpito gli Stati Uniti, il cui effetto principale è stato quello di diminuire la domanda delle raffinerie e, di conseguenza, il prezzo del WTI. Per giunta, è interessante mettere in luce che tale gap di prezzo ha determinato un aumento delle esportazioni di greggio USA, le quali hanno raggiunto i 2.000.000 b/g all’inizio del mese.

    Se si esclude il 6 ottobre, quando entrambe le qualità hanno toccata il minimo mensile rispettivamente quotando, 55,52$/b e 49,23$/b nella misura in cui le scorte galleggianti nel Mare del Nord sono incrementate di circa 3.000.000 barili per un totale appena sopra i 5.400.000 barili, il trend ascendente dei prezzi è stato sostanzialmente costante durante l’intero mese a causa delle seguenti ragioni:


    1. La crescita dell’output di tight oil USA pare essere meno solida rispetto a quella precedentemente stimata. Di fatto, in conformità con i dati forniti dall’Energy Information Administration il 30 settembre, gli analisti statunitensi hanno rivisto al ribasso la produzione di luglio per un ammontare di 178.500 b/g e quella di giugno per un valore approssimativo di 220.000 b/g;
    2. Le scorte globali stanno diminuendo. In particolar modo, dall’inizio del 2017, quelle USA sono calate di 17.000.000 barili mentre erano aumentate di 21.000.000 barili nel 2016;
    3.Le tensioni geopolitiche che coinvolgono alcuni produttori OPEC come Libia e Venezuela in aggiunta allo scontro del 16 ottobre tra Baghdad e il governo Regionale del Kurdistan presso la città irachena di Kirkuk;
    4. Nel 2017, la domanda di petrolio è prevista in crescita di 1.600.000 b/g;
    5. Secondo Bloomberg, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è sul punto di nominare Jerome Powell come successore dell’attuale Governatore della FED, Janet Yellen, il cui mandato scadrà a febbraio 2018. Powell, che attualmente è un membro del Federal Reserve Board of Governors, garantirà la continuità di una politica monetaria basata su un graduale incremento dei tassi di interesse statunitensi. Sulla scia di questa anticipazione, il dollaro si è indebolito nei confronti dell’euro, deprezzandosi da 1,1785€/$ il 25 ottobre a 1,1638€/$ il 31 ottobre;

    In attesa dell’OPEC meeting il prossimo 30 novembre, le difficoltà finanziarie (redditività) che i frackers Nord Americani stanno riscontrando in aggiunta alla volontà saudita e russa di estendere l’accordo di novembre 2016 all’intero 2018 potrebbero contribuire nel sostenere e stabilizzare gli attuali prezzi del barile.

    Secondo Kirill Dmitriev, CEO del Russian Investment Fund, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita hanno guadagnato 40.000.000.000 $ grazie all’accordo del 2016. Gli sforzi internazionali volti alla stabilizzazione del barile “sono stati redditizi, portando i prezzi del petrolio sopra i $55/b” ha affermato Dmitriev al canale Rossiya 24. “Noi riteniamo che senza tale intesa [la quale verrà meno il 31 marzo 2018], i prezzi sarebbero attualmente al di sotto dei 35$/b”, ha specificato il funzionario russo.

    di Demostenes Floros
  • Ottobre 2017

    A settembre, i prezzi del petrolio sono significativamente cresciuti. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 52,75$/b e le ha chiuse a 56,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando a 47,34$/b per poi chiudere a 51,54$/b.
    Il benchmark asiatico/europeo e il riferimento americano hanno toccato il massimo mensile rispettivamente, il 25 settembre – quotando 59,24$/b, record da 26 mesi ad oggi – e il 26 settembre – prezzando 52,40$/b, il massimo nel corso degli ultimi due anni – sulla scia del referendum sull’indipendenza tenutosi della regione curda dell’Iraq, il cui risultato ha chiaramente messo in luce la volontà di separarsi da Baghdad.
    In conseguenza dell’emergere di tale tensione geopolitica, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha minacciato di bloccare l’oleodotto – che fornisce approssimativamente 600.000 b/g – proveniente dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno fino al porto turco di Ceyhan, mentre Baghdad ha fatto appello per un boicottaggio internazionale delle vendite di greggio curdo.
    In aggiunta a questa specifica, ma temporanea causa, tre fattori spiegano il trend ascendente dei prezzi del barile. In particolare:


    1. Domanda – Conformemente ai dati forniti dall’International Energy Agency il 13 settembre, la domanda di petrolio è stimata in crescita di 1.600.000 b/g nel 2017 (dato rivisto al rialzo per il terzo mese di fila), raggiungendo i 97.700.000 b/g (+1,7% anno su anno).
    L’OPEC Monthly Oil Market Report pubblicato il 12 settembre, conferma tale andamento ascendente anche se per un ammontare minore. Infatti, la domanda di petrolio globale è stimata in crescita di 1.420.000 b/g (stima rivista al rialzo di 50.000.000 b/g);
    2. Scorte – In base ai dati forniti dal Weekly Petroleum Status Report pubblicato Energy Information Administration il 22 settembre, le scorte commerciali di greggio statunitensi (ad esclusione di quelle strategiche) sono diminuite di 1.800.000 barili rispetto alla settimana precedente;
    3. Esportazioni – Conformemente alle cifre del Monthly Energy Information Administration Report, le esportazioni petrolifere dell’OPEC sono diminuite di 1.300.000 b/g tra luglio e agosto.


    Esaminando il trend del prezzo del barile, il decremento del WTI manifestatosi tra l’8 e il 12 settembre è direttamente riconducibile alle conseguenze degli straordinari eventi atmosferici verificatisi nel Golfo del Messico, ad agosto. Di fatto, gli analisti di Goldman Sachs hanno previsto che la diminuzione della domanda di greggio da parte dei raffinatori, in conseguenza degli uragani, potrebbe ammontare a 900.000 b/g in settembre e a 300.000 b/g in ottobre, per uno “shock ribassista per gli equilibri petroliferi mondiali”.
    Nei giorni seguenti, la ripresa del prezzo del WTI è stata più lenta rispetto a quella del Brent probabilmente perché i frackers statunitensi, avendo venduto la propria produzione futura (hedging), hanno in questo modo rallentato il trend rialzista. In realtà, la qualità americana ha chiaramente superato la soglia dei 50$/b dopo che l’EIA ha pubblicato che le esportazioni USA avevano raggiunto 1.500.000 b/g.
    Nelle sue conclusioni, l’Oil Market Report mette in luce che “sulla base delle scommesse recenti fatte dagli investitori, ci si aspetta che i mercati si restringano e che i prezzi aumentino, anche se modestamente”. Il 26 settembre, nel corso dell’ultimo Federal Open Market Committee, la Governatrice della FED, Janet Yellen, ha espresso serie preoccupazioni in merito alle sopravvalutate stime dell’inflazione e del tasso di disoccupazione statunitensi. Per questo motivo, sussiste un’alta probabilità che l’incremento dei saggi di interesse – attualmente compresi tra l’1/1,25% – rallenti nel corso dei prossimi mesi.
    I frackers nordamericani coglieranno l’occasione al volo oppure anche l’Energy Information Administration ha sovrastimato l’output di greggio USA come evidenziato da Harold Hamm, CEO di Continental Resources?  

    di Demostenes Floros
  • Settembre 2017

    Ad agosto, la qualità di greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 51,52$/b e le ha chiuse a 52,85$/b mentre il prezzo del West Texas Intermediate è invece diminuito da 49,03$/b a 47,11$/b.

    Durante la prima parte del mese, sia il prezzo del benchmark europeo e asiatico sia il riferimento americano sono rimasti sostanzialmente stabili. Il 9 agosto, il Brent ha prezzato 52,76$/b sulla scia dei futures rientrati in una condizione di backwardation mentre il WTI ha raggiunto il massimo mensile a 49,81$/b.

    In seguito, i prezzi del greggio sono diminuiti e, il 16 agosto, entrambe le qualità hanno raggiunto il loro minimo mensile – il Brent a quota 50,34$/b e il WTI a 46,79$/b – in conseguenza di due fattori: la conformità degli accordi OPEC del novembre 2016 è scesa al 75% mentre la produzione statunitense di petrolio ha oltrepassato i 9.500.002 b/g per la prima volta da luglio 2015. Per di più, quest’ultimo dato chiarisce come mail il trend decrescente del WTI sia stato più marcato rispetto a quello del Brent. Nel corso dell’ultima decade di agosto, mentre il Brent ha recuperato terreno favorito dal deprezzamento del dollaro verso l’euro – 1.2048 €/$ il 29 agosto, il minimo da gennaio 2015 – il WTI non ha avuto il medesimo trend a causa dell’Uragano Harvey che ha colpito il Texas. Di fatto, le interruzioni delle attività delle raffinerie equivalgono ad un calo della domanda di petrolio (-5% rispetto alla terza settimana di agosto). Nel nostro precedente report, scrivemmo che se il prezzo del Brent – ritornato in backwardation alla fine di luglio – fosse rimasto tale anche nelle settimane a seguire, esso avrebbe contribuito ad aprire un nuovo scenario per gli estrattori OPEC e non-OPEC. Per un verso, la forte domanda – stimata in aumento di 1.500.000 b/g nel 2017 – conferma la nostra tesi ma, dall’altro i produttori OPEC e non-OPEC dovranno prestare grande attenzione al rispetto dell’ultimo accordo, dal momento che i frackers americani, nonostante persistano nubi all’orizzonte, stanno tuttora incrementando il proprio output.


    di Demostenes Floros