Oil Market Review

Monthly Review

  • Dicembre 2018

    A novembre, il forte andamento ribassista dei prezzi del petrolio è proseguito. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 72,75 $/b e le ha chiuse a 59,23 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha iniziato scambiando a 63,65 $/b, per poi chiudere a 50,82 $/b.

    In dettaglio, i prezzi del barile sono diminuiti in virtù delle seguenti ragioni:

    1. Versante domanda - Il persistente conflitto commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Cina sta rallentando la crescita dell’economia globale;

    2. Versante offerta - Gli Stati Uniti hanno esonerato 8 Paesi, tra i quali la Cina che attualmente è il principale importatore di greggio al mondo, dall’acquisto di petrolio iraniano;

    3. Versante offerta - Gli Stati Uniti d’America, l’Arabia Saudita, e la Federazione Russa hanno aperto i loro rubinetti alla massima velocità. Nello specifico, grazie alla tecnica del fracking, gli USA hanno raggiunto l’output di 11.700.000 b/g a novembre, l’Arbia Saudita ha estratto 10.700.000 b/g il mese precedente, mentre la Federazione Russa ha toccato il nuovo record post sovietico di 11.410.000 b/g a ottobre, in rialzo rispetto agli 11.360.000 b/g a settembre;

    4. Versante offerta - Le scorte commerciali USA sono aumentate per la decima settimana di seguito, incrementando da 426.004.000 barili il 26 ottobre, a 450.485.000 barili il 23 novembre (data di pubblicazione 5 giorni dopo).

    “L’aspetto [attualmente] più importante nel mercato del petrolio è la volatilità”, ha affermato il direttore esecutivo dell’International Energy Agency, Fatih Birol, nel corso di una conferenza tenutasi a Oslo, il 20 novembre. “In virtù dell’incremento delle pressioni geopolitiche che stiamo osservando sui mercati del greggio, riteniamo che stiamo entrando in un periodo caratterizzato da un’incertezza che non ha precedenti”. Indipendentemente dalle decisioni che verranno prese a Vienna durante il prossimo meeting dell’OPEC, tale incertezza difficilmente verrà meno nei mesi a venire. Per il momento, le quotazioni dei prezzi del petrolio attorno ai 60 $/b sono “assolutamente eccellenti” ha affermato il presidente russo, Vladimir Putin. “Se sarà necessario, siamo in contatto con l’OPEC, e proseguiremo questo lavoro comune”, ha aggiunto, prima che il Presidente statunitense, Donald Trump, cancellasse il loro incontro previsto nel corso del G20 di Buenos Aires.

    di Demostenes Floros
  • Novembre 2018

    A ottobre, i prezzi del petrolio sono fortemente diminuiti di circa 10,5 $/b. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni quotando 84,95 $/b e ha chiuso a 74,59 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 75,45 $/b per poi chiudere a 64,98 $/b.

    Il 3 ottobre, il petrolio ha raggiunto il massimo da quattro anni a questa parte, rispettivamente scambiando a 85,92 $/b e a 76,22 $/b, in virtù di una diminuzione della capacità petrolifera produttiva inutilizzata. Dopodiché, i prezzi sono costantemente calati.

    Tale crollo è stato determinato da una serie di fattori, tra i quali:

    1. Lato dell’offerta. Secondo i dati pubblicati dall’Energy Information Administration, le scorte commerciali USA sono aumentate da 395.989.000 di barili il 21 settembre a 426.004.000 di barili il 26 ottobre (la pubblicazione dei dati avviene dopo 5 giorni) soprattutto, perché i raffinatori stanno rallentando la loro attività a causa dei lavori di manutenzione. Trattasi della serie di incrementi più lunga dall’inizio del 2017 (6 settimane di seguito);

    2. Lato della domanda. In conformità con le stime fornite dall’Oil Market Report il 12 ottobre, l’International Energy Agency ha tagliato le previsioni di crescita della domanda di petrolio 2018/19 di 110.000 barili a causa delle crescenti tensioni che ruotano attorno all’economia globale (guerre commerciali, tariffe, alti prezzi del greggio, apprezzamento del dollaro con possibile effetto negativo sulle economie emergenti). Le nuove stime prevedono quindi un incremento di 1.300.000 b/g nel 2018 e di 1.400.000 b/g nel 2019;

    3. Finanza. In base alle cifre della U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni lunghe nette – cioè, la differenza tra le scommesse al rialzo e quelle al ribasso – sono calate del 14% nella settimana del 16 ottobre per entrambe le qualità petrolifere.

    Ciò detto, il principale fattore che ha determinato il trend ribassista del barile è stato fornito dal Ministro del petrolio saudita, Khalid al Falih, il quale ha affermato il 23 ottobre scorso che l’OPEC e i suoi alleati sono in modalità “produrre il più possibile”.

    Intanto, l’output dell’Arabia Saudita ha raggiunto i 10.700.000 b/g – poco al di sotto del massimo di sempre – più che controbilanciando le interruzioni estrattive verificatesi in Venezuela e Iran, il cui export è diminuito a 1.800.000 b/g a settembre (-26%).

    di Demostenes Floros
  • Ottobre 2018

    A settembre, i prezzi del barile sono significativamente aumentati di circa 4 $/b. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 78,01 $/b e le ha chiuse a 82,75 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 69,64 $/b, chiudendole a 73,43 $/b.

    Nello specifico, durante la prima settimana del mese, entrambe le qualità di riferimento del mercato petrolifero hanno raggiunto il minimo mensile, rispettivamente quotando 76,71 $/b il 6 settembre e 67,45 $/b il 7 settembre, in virtù di una serie di dati che indicavano come il mercato fosse sufficientemente rifornito, nonostante il calo produttivo di Venezuela e Iran. Dopodiché, i prezzi del barile hanno imboccato un trend rialzista a causa dei seguenti fattori:

    1. In conformità con i dati dell’Energy Information Administration, le scorte commerciali USA sono decresciute da 401.490.000 barili il 31 agosto a 394.137.000 barili il 14 settembre, il minimo da febbraio 2015;
    2. Dopo aver raggiunto un nuovo massimo produttivo di circa 11.100.000 b/g, la crescita dell’estrazione non convenzionale USA di petrolio è prevista arrestarsi. L’EIA ha infatti tagliato le stime dell’output per gli anni 2018/19;
    3. Le sanzioni USA imposte all’Iran a maggio 2018, le quali stanno già colpendo l’export di greggio iraniano, nonostante esse non entreranno in vigore sino al prossimo 4 novembre.

    Sulla scia dell’OPEC + meeting tenutosi in Algeria lo scorso 22/23 settembre, il benchmark europeo e asiatico, così come quello americano, hanno raggiunto il loro massimo da 4 anni a questa parte il 28 settembre dal momento che l’OPEC + – guidato dall’Arabia Saudita e dalla Federazione Russa – ha ritenuto inopportuno un incremento dell’offerta petrolifera, venendo quindi meno alle numerose richieste provenienti dal Presidente degli Stati Uniti d’America.

    Per di più, anche le reiterate minacce espresse da Donald Trump nei confronti dell’Iran nel corso del suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 25 settembre hanno contribuito all’aumento dei prezzi del barile.

    di Demostenes Floros
  • Settembre 2018

    Ad agosto, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 72,53 $/b e le ha chiuse a 77,8 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 67,79 $/b, concludendo a 70,01 $/b.
    Nel corso della prima metà del mese, sia il Brent, sia il WTI sono stati scambiati ai minimi da dieci settimane a questa parte, per le seguenti ragioni:

    1. Le ritorsioni della Cina alle misure economiche degli USA hanno acuito le tensioni tra le due principali superpotenze economiche, il che potrebbe influenzare la futura domanda di petrolio;
    2. La forte svalutazione della Lira turca potrebbe condurre il paese alla recessione con conseguente ricaduta sulla domanda petrolifera;
    3. Secondo l’Oil Monthly Report pubblicato dall’International Energy Agency il 10 agosto, “le preoccupazioni attinenti la stabilità dell’offerta si sono in parte raffreddate per lo meno, al momento. Sono stati registrati incrementi nella produzione soprattutto, da parte dell’Arabia Saudita e dalla Russia, oltre una parziale, ma fragile ripresa in Libia”;
    4. In conformità con lo U.S. Energy Information Administration, le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di 6.810.000 barili, passando da 407.389.000 barili a 414.194.000 barili.

    Nello specifico, il 15 agosto, il riferimento asiatico ed europeo ha toccato il minimo a 70,83 $/b. Il giorno successivo, la qualità americana è calata a 64,83 $/b, il prezzo più basso registrato nell’intero mese.
    Durante la seconda metà di agosto, i prezzi del barile sono invece fortemente aumentati in virtù dei seguenti aspetti:

    1. Il crollo delle esportazioni iraniane, che sono calate da 2.320.000 b/g a luglio a 1.680.000 b/g (stime preliminari di Platts) a metà agosto, in aggiunta agli scioperi verificatisi nei giacimenti della Total, siti nel Mare del Nord, potrebbero frenare l’offerta;
    2. Il calo delle scorte commerciali USA, diminuite da 414.194.000 barili a 405.792.000 barili;
    3. Il deprezzamento del biglietto verde che ha reso gli asset denominati in dollari più attraenti per gli investitori. In particolare, la valuta americana ha perso terreno nei confronti dell’euro, deprezzandosi da 1,1321 €/$ il 15 agosto a 1,171 €/$ il 28 agosto.

    In merito alle esportazioni dell’Iran, è interessante evidenziare che le importazioni dell’India dalla Persia sono decresciute da 700.000 b/g a luglio agli attuali 200.000 b/g, a causa dei timori dovuti alle cosiddette sanzioni secondarie imponibili dagli Stati Uniti.
    Al contrario, la Cina – che è il primo acquirente di petrolio iraniano (l’India era il secondo) – non ha minimamente ridotto le proprie importazioni da Teheran mentre le prime consegne di greggio alla Cina grazie ai contratti petro-yuan sono fissate per settembre.

    di Demostenes Floros
  • Agosto 2018

    A luglio, il prezzo del petrolio è significativamente diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 77,4 $/b e le ha chiuse a 74,2 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 74,03 $/b, chiudendole a 67,45 $/b.

    Sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 10 luglio, rispettivamente quotando 78,88 $/b e 74,16 $/b (prossimo al record nel corso degli ultimi 3 anni). L’International Energy Agency ha messo in luce che ciò potrebbe essere stato dovuto a causa dei timori relativi all’eventualità che l’incremento dell’offerta deciso dal gruppo OPEC + il 23 giugno non fosse sufficiente al fine di controbilanciare le perdite provenienti dal Venezuela e dall’Iran.

    Infatti, secondo l’IEA, la capacità produttiva del Venezuela potrebbe decrescere di 1.000.000 b/g entro la fine del 2018 (- 40%). Parallelamente, i carichi iraniani con destinazione l’Europa sono già crollati del 50% a causa delle sanzioni USA.

    L’11 luglio inoltre, le dichiarazioni del Presidente statunitense, Donald Trump, secondo il quale la Germania sarebbe “prigioniera” della Russia in merito all’approvvigionamento di gas naturale, non hanno fatto altro che esacerbare ulteriormente le tensioni geopolitiche.

    In realtà, la Germania non è attualmente dipendente dal gas russo più di quanto non lo fosse nel passato. Ad oggi, la Federazione Russa fornisce il 40% circa delle importazioni gasiere tedesche, ma tale percentuale era ben più alta durante la Guerra Fredda (Germania Ovest).

    In aggiunta, nel corso del 2017, gli Stati Uniti hanno importato dalla Russia una media di 384.000 b/g di greggio e prodotti derivati (il 3,8% delle importazioni totali). Secondo Oilprice.com, ipotizzando un prezzo medio di 50 $/b, ciò significa che gli USA hanno speso 7 miliardi $ per il petrolio russo.

    Nel corso della seconda decade di luglio, i prezzi di entrambe le qualità petrolifere sono diminuiti. Il 17 luglio, essi hanno rispettivamente raggiunto 71,6 $/b e 67,64 $/b a causa dei seguenti fattori:

    1.   Libia, Nigeria e Canada sono riusciti ad incrementare il proprio output;

    2.   La guerra commerciale tra gli USA e la Cina potrebbe influenzare negativamente la domanda di petrolio nel corso della seconda metà dell’anno corrente;

    Alla fine del mese, il differenziale di prezzo tra il Brent e il WTI ha oltrepassato i 6,5 $/b. Con ogni probabilità, ciò è accaduto perché l’Arabia Saudita ha sospeso alcune spedizioni attraverso uno dei principali transiti nel Mare Rosso. Tale situazione ha influenzato maggiormente il benchmark europeo e asiatico rispetto a quello americano.

    Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015, il Presidente statunitense, D. Trump, il 31 luglio ha affermato che sarebbe stato favorevole ad incontrare il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, “senza pregiudiziali”.

    Sulla scia del meeting Trump/Putin avvenuto in Helsinki a metà giugno, l’impressione è che i principali avvenimenti geopolitici potrebbero avere un effetto ribassista sul prezzo del barile nel corso della seconda metà del 2018.

    “Se volessero, potrei certamente incontrare gli iraniani” ha affermato D. Trump il 30 luglio durante una conferenza congiunta alla Casa Bianca con il Primo Ministro italiano, Giuseppe Conte. “Non so se sono pronti. Stanno vivendo tempi duri” ha aggiunto.

    di Demostenes Floros