Oil Market Review

Monthly Review

  • Giugno 2019

    A maggio 2019, il prezzo del petrolio è diminuito in maniera significativa a causa delle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti d’America e la Cina, le quali potrebbero negativamente intaccare la crescita della domanda globale. “L’impressione è che ci stiamo trincerando in una guerra commerciale che danneggerà la domanda di greggio” ha dichiarato il commodity manager, Tariq Sahir.

    In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 72,03 $/b e le ha chiuse a 64,47 $/b (-10% rispetto ad aprile), mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 63,68 $/b, chiudendo a 53,4 $/b, il minimo dal 12 febbraio (-16% mese su mese).

    Il 23 maggio, le scorte statunitensi sono incrementate di 4.740.000 b/g per un totale di 476.775.000 barili. Secondo i dati dello U.S. Energy Department, si tratta del livello più alto da luglio 2017. Le scorte americane, in aggiunta al record estrattivo USA di 12.200.000 b/g, sono la principale causa del differenziale di prezzo esistente tra le qualità Brent e WTI, oramai attorno agli 11 $/b.

    Ad aprile 2019, la conformità dei limiti produttivi all’accordo OPEC+ del 7 dicembre 2018 (-1.200.000 b/g) ha raggiunto il 168% rispetto al 138% di marzo. Per questa ragione, in occasione del vertice Vienna in programma il 30 giugno 2019, i produttori potrebbero decidere di eliminare l’eccesso di tagli, rispettando comunque i livelli di output previsti nell’intesa per poi prolungarla nella seconda metà dell’anno.

    Se così fosse, l’Arabia Saudita, leader dell’OPEC, e la Federazione Russa, capofila dei produttori non-OPEC, potrebbero inoltre raggiungere un equilibrio politico reciprocamente vantaggioso.

    di Demostenes Floros
  • Maggio 2019

    Ad aprile 2019, i prezzi del barile sono aumentati, raggiungendo i massimi da sei mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 69,22 $/b e le ha chiuse a 71,68 $/b, mentre il greggio West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 61,74 $/b, chiudendole a 63,56 $/b.

    Il 24 aprile, il benchmark europeo e asiatico ha toccato il massimo a 74,59 $/b. Il giorno precedente, la qualità americana si era spinta fino a 66,09 $/b. I prezzi del petrolio sono aumentati perché il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, il 2 maggio 2019 non ha rinnovato le deroghe all’acquisto di greggio iraniano. Quest’ultime erano state concesse il 5 novembre 2018 a 8 paesi: Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Italia, Turchia e Grecia.

    In aggiunta, il mercato del petrolio è stato influenzato dai seguenti fattori rialzisti:

    1. L’intensificazione della Guerra in Libia;

    2. I tagli dell’OPEC+ stabiliti alla fine del 2018 (-1.200.000 b/g);

    3. Le sanzioni statunitensi imposte al Venezuela;

    4. La momentanea riduzione della produzione non convenzionale USA (tight oil) per un ammontare di 100.000 b/g verificatasi a metà aprile.

    La modesta decrescita dei prezzi registrata alla fine del mese è stata invece dovuta alla crescita delle scorte commerciali statunitensi, incrementate da 455.154.000 barili a 460.633.000 barili (+ 6.860.000 barili).

    Sulla scia della pubblicazione di quest’ultimo dato, Carsten Fritsch, analista finanziario presso Commerzbank, ha affermato che “la situazione nel mercato petrolifero si è tranquillizzata. Apparentemente, il mercato globale del petrolio è sufficientemente approvvigionato”. Tuttavia, la decisione di Trump non rinnovare le deroghe è stata “una sorpresa rialzista per il mercato” aveva in precedenza evidenziato Olivier Jakob, analista per Petromatrix.

    di Demostenes Floros
  • Aprile 2019

    A marzo 2019, il prezzo del barile è aumentato di circa 3,5 $/b, venendo scambiato intorno ai massimi da quattro mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 64,99 $/b e le ha chiuse a 68,36 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 56,2 $/b, per poi chiudere a 60,22 $/b.

    Nel dettaglio, i prezzi del greggio sono costantemente cresciuti sino al 20 marzo 2019 – rispettivamente quotando 68,3 $/b e 60 $/b – poiché le scorte commerciali statunitensi sono decresciute dai 449.072.000 barili dell’8 marzo 2019 ai 439.483.000 barili del 15 marzo 2019. In seguito, sono leggermente diminuiti a causa dell’apprezzamento del dollaro (€/$ 1,1218 il 28 marzo) prima di aumentare nuovamente sulla scia delle dichiarazioni del ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, il quale ha affermato che la Federazione Russa avrebbe raggiunto la propria quota di tagli a inizio aprile (-228.000 b/g).

    A partire dal 2019, i prezzi dei benchmark asiatico-europeo e statunitense sono rispettivamente saliti del 25% e del 30% nella misura in cui i tagli dell’OPEC+, in aggiunta ai cali estrattivi in Venezuela (-142.000 b/g a febbraio 2019) e Iran, hanno più che controbilanciato la crescente produzione di tight oil USA (12.100.000 b/g da febbraio 2019).

    Secondo Goldman Sachs, “l’ultimo rally del Brent ha portato i prezzi al picco di 67,5 $/b, tre mesi prima rispetto a quanto da noi preventivato. Nel prossimo futuro, la crescita della domanda [stimata di 1.450.000 b/g nel 2019] e le interruzioni delle forniture potrebbero spingere i prezzi fino a 70 $/b. Le perdite sul versante dell’offerta, così come la crescita della domanda, stanno superando le nostre aspettative […] mentre le posizioni nette di lungo periodo rimangono tuttora depresse”.

    Questa situazione potrebbe potenzialmente rappresentare una perfetta tempesta di stampo rialzista, a meno che il prossimo maggio Donald Trump non proroghi le deroghe nei confronti degli acquirenti di petrolio iraniano attualmente sotto sanzioni USA.

    di Demostenes Floros
  • Marzo 2019

    A febbraio, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 62,91 $/b e le ha chiuse a 66,45 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto gli scambi a 55,67 $/b, chiudendoli a 57,25 $/b. Dall’inizio del 2019, i prezzi del barile sono aumentati del 26% circa.

    L’11 febbraio, entrambe le qualità hanno toccata il minimo mensile, il Brent quotando 61,97 $/b e il WTI 52,82 $/b, a causa dell’incremento delle scorte commerciali USA da 445.944.000 barili il 25 gennaio a 454.512.000 barili il 15 febbraio (+8.568.000 barili).

    Il 20 febbraio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno raggiunto il massimo del mese, venendo rispettivamente scambiati a 67,14 $/b (record da tre mesi) e a 57,27 $/b in virtù delle seguenti ragioni: 

    1. A gennaio 2019, l’Arabia Saudita ha estratto 10.200.000 b/g (11.090.000 b/g a novembre 2018), tagliando il proprio output per un ammontare superiore rispetto a quanto stabilito dall’OPEC Plus, durante il meeting di Vienna tenutosi a fine 2018;

    2. I segnali di disgelo delle tensioni commerciali tra Stati Uniti d’America e Cina, i quali avrebbero un impatto positivo sulla domanda globale di petrolio.

    Nel corso dell’ultima settimana di febbraio, i prezzi del barile sono inizialmente decresciuti in virtù della produzione record di 12.100.000 b/g raggiunta dagli USA e sulla scia delle affermazioni del Presidente statunitense, Donald Trump, il quale ha avuto modo di twittare: “I prezzi del petrolio stanno diventando troppo alti. Per favore Opec rilassati e prenditela comoda. Il mondo non può sopportare aumenti di prezzo, è fragile”! Tuttavia, il 12 febbraio, il Ministro del Petrolio saudita, Khalid Al Falih, aveva dichiarato che il suo paese avrebbe ridotto il proprio output a 9.800.000 b/g a marzo. Nel contempo, il ministro aveva precisato che l’Arabia Saudita avrebbe per di più diminuito le proprie esportazioni a 6.900.000 b/g (8.200.000 b/g a novembre 2018).

    “L’OPEC deve nuovamente scegliere tra l’ira di Trump e il crollo dei prezzi” ha infatti titolato Bloomberg il 26 febbraio.

    Da ultimo, il greggio ha chiuso in rialzo a causa del crollo delle scorte petrolifere USA di 8.647.000 barili a complessivi 445.860.000 barili.

    di Demostenes Floros
  • Febbraio 2019

    A gennaio, i prezzi del barile sono significativamente aumentati perché i membri dell’OPEC+ hanno iniziato a implementare gli accordi decisi durante il meeting di Vienna del 30 novembre 2018. Nello specifico, i produttori di petrolio avevano deciso di tagliare le estrazioni per un ammontare pari a 1.200.000 b/g nel corso del primo semestre del 2019 con l’obiettivo di rimuovere l’eccesso di offerta presente nel mercato petrolifero.

    Nel primo mese del 2019, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 54,75 $/b e le ha chiuse a 61,06 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le contrattazioni a 46,6 $/b, chiudendole a 54,15 $/b. Sia il benchmark (riferimento) europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 21 gennaio – rispettivamente quotando, 62,83 $/b e 54,19 $/b – in virtù della crisi politica divampata in Venezuela, lo Stato con le maggiori riserve petrolifere al mondo.

    In aggiunta all’accordo petrolifero dell’OPEC+ e ai tumulti presenti nello paese Latinoamericano, un ulteriore fattore rialzista è stato il seppur tenue deprezzamento del dollaro e l’impressione che la Federal Reseve non adotterà una politica monetaria fortemente restrittiva come precedentemente ipotizzato.

    Nel contempo, il mercato petrolifero è stato caratterizzato anche da alcuni fattori ribassisti, tuttora presenti, tra i quali:

    1. L’11 gennaio 2019, gli USA hanno estratto il record di 11.900.000 b/g. Tuttavia, una serie di segnali – a partire dal trend delle trivelle attive – suggeriscono che l’output di tight oil e shale gas rallenterà la propria crescita nel 2019;

    2. Nel 2018, si prevede che il PIL della Cina crescerà del 6,6%, il tasso più basso dal 1990 a oggi.

    Secondo le stime del report pubblicato dall’International Monetary Fund il 21 gennaio, l’economia mondiale aumenterà del 3,5% nel 2019 e del 3,6% nel 2020. Nel Negli ultimi tre mesi, trattasi della seconda revisione al ribasso (-0,2% e -0,1%) in confronto a quando preventivato a ottobre 2018. “La crescita globale si sta espandendo a un ritmo salutare, ma stiamo assistendo a un rallentamento” ha affermato la responsabile della ricerca, Gita Gopinath, precisando che “nell’economia globale sussistono una serie di rischi ribassisti”.

    Se l’intensità della crescita globale pone una minaccia alla domanda di petrolio, le nuove sanzioni USA imposte alla compagnia Petroleos de Venezuela SA il 29 gennaio rappresentano un ulteriore rischio sul versante dell’offerta che potrebbe sfociare in una maggiore volatilità dei prezzi.

    di Demostenes Floros