Oil Market Review

Monthly Review

  • Agosto 2018

    A luglio, il prezzo del petrolio è significativamente diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 77,4 $/b e le ha chiuse a 74,2 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 74,03 $/b, chiudendole a 67,45 $/b.

    Sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 10 luglio, rispettivamente quotando 78,88 $/b e 74,16 $/b (prossimo al record nel corso degli ultimi 3 anni). L’International Energy Agency ha messo in luce che ciò potrebbe essere stato dovuto a causa dei timori relativi all’eventualità che l’incremento dell’offerta deciso dal gruppo OPEC + il 23 giugno non fosse sufficiente al fine di controbilanciare le perdite provenienti dal Venezuela e dall’Iran.

    Infatti, secondo l’IEA, la capacità produttiva del Venezuela potrebbe decrescere di 1.000.000 b/g entro la fine del 2018 (- 40%). Parallelamente, i carichi iraniani con destinazione l’Europa sono già crollati del 50% a causa delle sanzioni USA.

    L’11 luglio inoltre, le dichiarazioni del Presidente statunitense, Donald Trump, secondo il quale la Germania sarebbe “prigioniera” della Russia in merito all’approvvigionamento di gas naturale, non hanno fatto altro che esacerbare ulteriormente le tensioni geopolitiche.

    In realtà, la Germania non è attualmente dipendente dal gas russo più di quanto non lo fosse nel passato. Ad oggi, la Federazione Russa fornisce il 40% circa delle importazioni gasiere tedesche, ma tale percentuale era ben più alta durante la Guerra Fredda (Germania Ovest).

    In aggiunta, nel corso del 2017, gli Stati Uniti hanno importato dalla Russia una media di 384.000 b/g di greggio e prodotti derivati (il 3,8% delle importazioni totali). Secondo Oilprice.com, ipotizzando un prezzo medio di 50 $/b, ciò significa che gli USA hanno speso 7 miliardi $ per il petrolio russo.

    Nel corso della seconda decade di luglio, i prezzi di entrambe le qualità petrolifere sono diminuiti. Il 17 luglio, essi hanno rispettivamente raggiunto 71,6 $/b e 67,64 $/b a causa dei seguenti fattori:

    1.   Libia, Nigeria e Canada sono riusciti ad incrementare il proprio output;

    2.   La guerra commerciale tra gli USA e la Cina potrebbe influenzare negativamente la domanda di petrolio nel corso della seconda metà dell’anno corrente;

    Alla fine del mese, il differenziale di prezzo tra il Brent e il WTI ha oltrepassato i 6,5 $/b. Con ogni probabilità, ciò è accaduto perché l’Arabia Saudita ha sospeso alcune spedizioni attraverso uno dei principali transiti nel Mare Rosso. Tale situazione ha influenzato maggiormente il benchmark europeo e asiatico rispetto a quello americano.

    Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015, il Presidente statunitense, D. Trump, il 31 luglio ha affermato che sarebbe stato favorevole ad incontrare il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, “senza pregiudiziali”.

    Sulla scia del meeting Trump/Putin avvenuto in Helsinki a metà giugno, l’impressione è che i principali avvenimenti geopolitici potrebbero avere un effetto ribassista sul prezzo del barile nel corso della seconda metà del 2018.

    “Se volessero, potrei certamente incontrare gli iraniani” ha affermato D. Trump il 30 luglio durante una conferenza congiunta alla Casa Bianca con il Primo Ministro italiano, Giuseppe Conte. “Non so se sono pronti. Stanno vivendo tempi duri” ha aggiunto.

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2018

    Nonostante la decisione di incrementare la produzione di petrolio di 1.000.000 b/g raggiunta dal cosiddetto gruppo OPEC+ durante il meeting di Vienna del 22/23 giugno, i prezzi del barile sono comunque aumentati. In particolare modo, il benchmark WTI ha guadagnato all’incirca 7,5 $/b.

    La qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 76,76 $/b e le ha chiuse a 77,75 $/b, mentre il West Texas Intermediate le ha aperte a 65,75 $/b, chiudendo a 73,34 $/b (il massimo dal 2014). Sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello americano hanno toccato il minimo mensile il 18 giugno, rispettivamente quotando 73,03 $/b e 64,15 $/b.

    Con ogni probabilità, la produzione di petrolio crescerà di 700.000 b/g dal momento che membri come l’Iran, il Venezuela, la Libia – il cui output, a maggio, è diminuito da 1.000.000 b/g a 750.000 b/g – e Nigeria non saranno in grado di incrementare le proprie estrazioni a causa di problemi riconducibili alle sanzioni, alla crisi economica e ai conflitti geopolitici.

    In realtà, la produzione corrente è minore rispetto a quella stabilita a novembre 2016 quindi, l’aumento di 1.000.000 b/g dovrebbe approssimativamente riportarla al livello precedentemente fissato.

    L’incremento di prezzo da parte delle due principali qualità di petrolio a livello globale è stato di differente intensità. Infatti, il WTI è fortemente aumentato per le seguenti ragioni:

    1.   Il trend decrescente delle scorte commerciali USA. Nello specifico, quest’ultime sono diminuite da 436.584.000 di barili il 1° giugno a 416.636.000 di barili il 22 giugno.

    “Il differenziale tra il WTI e il Brent si sta restringendo nella misura in cui l’aumento produttivo dell’OPEC sta avendo un impatto maggiore sul Brent rispetto al WTI”, ha affermato Hong Sungki, commodities trader presso la NH Investment & Securities Co. “Le scorte al Cushing stanno velocemente calando dal momento che la stagione estiva incrementa la domanda di greggio da parte delle raffinerie, così sostenendo i prezzi del WTI”;

    2.   In Canada – a causa di un problema all’impianto Syncrude – il quale è collegato al terminal di Cushing in Oklahoma, il principale punto di consegna del WTI negli Stati Uniti d’America – l’offerta potrebbe calare di almeno 360.000 b/g fino al prossimo agosto.

    Nei giorni precedenti la riunione dell’OPEC+, il Ministro del Petrolio iraniano, Bijan Namdar Zangeneh, ha sostenuto che il suo paese avrebbe rigettato qualsiasi accordo volto ad aumentare la produzione del gruppo. Dal momento che l’Iran non sarà in grado di accrescere le proprie estrazioni nei mesi a venire, probabilmente il suo scopo era quello di fare pressioni sugli altri membri dell’OPEC affinché quest’ultimi non incrementassero l’output pro capite oltre i limiti prestabiliti a novembre 2016, evitando così di conquistare quote di mercato iraniane. Ad ogni modo, da un punto di vista strettamente politico, l’Iran può fare affidamento solo sul sostegno della Federazione Russa – la cui produzione però, secondo Interfax, pare abbia già raggiunto gli 11.090.000 b/g durante la prima settimana di giugno, 143.000 b/g in più rispetto al tetto deciso alla fine del 2016 – mentre gli Stati Uniti d’America stanno esplicitamente premendo sull’Arabia Saudita allo scopo di innalzare le estrazioni di Riad di 2.000.000 b/g.

    Con ogni probabilità, il Presidente USA, Donald Trump, il quale pare essere alquanto entusiasta nel volere risolvere una serie di dispute diplomatiche con l’omologo russo, Vladimir Putin, affronterà il tema sopracitato nel corso del meeting bilaterale fissato per il prossimo 16 luglio a Helsinki.

    di Demostenes Floros
  • Giugno 2018

    A maggio, il differenziale di prezzo tra i due principali benchmark petroliferi ha oltrepassato gli 11 $/b – il che rappresenta il record negli ultimi tre anni – a causa della crisi iraniana e dell’aumento della produzione di tight oil statunitense. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 73,07$/b e le ha chiuse a 77,62 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 67,47 $/b, chiudendole a 66,99 $/b.

    Il 23 maggio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 79,71 $/b, il livello più alto da novembre 2014, mentre il riferimento americano ha toccato il massimo di 72,63 $/b il 21 maggio.

    Il forte trend ascendente verificatosi nel corso delle prime tre settimane del mese è stato la diretta conseguenza di fattori riconducibili alla geopolitica e allo stato dell’offerta petrolifera:

    1.   L’8 maggio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha dichiarato il ritiro del proprio paese dal Joint Comprehensive Plan of Action, il cui scopo era quello di regolare le attività nucleari dell’Iran, ed ha inoltre introdotto nuove sanzioni contro Teheran;

    In merito al mercato del greggio, gli analisti stimano che queste misure potrebbero comportare una diminuzione dell’export iraniano tra i 200.000 b/g e 1.000.000 b/g. Al momento, l’Iran esporta 2.400.000 b/g;

    2.   Il 18 maggio, per la seconda settimana di seguito, le scorte commerciali USA sono decresciute, passando da 435.955.000 barili a 432.354.000 barili;

    3.   Nel contempo, secondo un report della Barclays, la produzione di greggio venezuelano scenderà al di sotto di 1,000,000 b/g nei mesi a venire a fronte di 1.500.000 b/g estratti ad aprile;

    4.   Il 22 maggio, in seguito alla rielezione di Nicolas Maduro a Presidente, D. Trump ha imposto nuove sanzioni anche contro il Venezuela. Nello specifico, il Presidente USA ha proibito al sistema finanziario Occidentale di acquistate, sia titoli di debito emessi da Caracas, sia titoli della Petroleos de Venezuela SA, la compagnia petrolifera statale del paese Latinoamericano.

    Nel corso dell’ultima settimana di maggio, il costo del barile è diminuito in virtù dei seguenti fattori:

    1.   I fondi coperti ha tagliato le proprie posizioni speculative nette di lungo periodo (acquisto). Secondo l’ICE Futures Europe, il 21 maggio, essi hanno ridotto l’esposizione sul Brent del 3,7%, a 548.555 contratti. Nel contempo, in base ai dati dello U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni nette sul WTI sono diminuite del 6,2%, a 385,283 stipule;

    2.   Il 25 maggio, le scorte di greggio USA sono aumentate da 432.354.000 barili a 438.132.000 barili.

    In conformità con i dati forniti dall’International Energy Agency, i produttori OPEC e non-OPEC – grazie alla politica dei tagli estrattivi implementata a partire da gennaio 2017 – sono riusciti nell’intento di riassorbire l’eccesso di offerta globale. Infatti, per la prima volta dal 2014, le scorte ammontano ad 1.000.000 barili al di sotto della media degli ultimi 5 anni.

    Durante l’International Economic Forum di St. Pietroburgo (SPIEF), svoltosi tra il 24 e il 26 maggio, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha affermato “non siamo interessati a un rialzo all'infinito del prezzo dell'energia e del petrolio. Se mi chiedeste quale sia un prezzo equo, direi che saremmo completamente soddisfatti di 60 $/b”. Qualsiasi prezzo al di sopra di tale soglia “può creare alcuni problemi per i consumatori, con ripercussioni negative anche per i produttori. Che cosa accadrà in seguito dipende dall'accordo sul nucleare iraniano e dagli effetti che produrrà sul mercato energetico mondiale”.

    di Demostenes Floros
  • Maggio 2018

    Ad aprile, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati sulla scia dell’accordo relativo alla diminuzione dell’output deciso dai produttori OPEC e non-OPEC. Nello specifico, in base ai dati forniti dall’International Energy Agency, la conformità dei tagli operati dall’OPEC a marzo ha raggiunto il record del 164% rispetto al 148% di febbraio (cifra rivista al rialzo), mentre il livello di conformità dei 10 produttori non-OPEC è aumentato all’85% lo scorso mese in confronto al 78% di febbraio. 

    La qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 68,18 $/b e le ha chiuse a 74,70 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 63,62 $/b, terminando a 68,45 $/b.

    Il 6 aprile, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato il minimo del mese rispettivamente quotando 66,89 $/b e 61,63 $/b, in virtù dell’apprezzamento del dollaro (1,2234 €/$).  

    Il 23 aprile, entrambe le miscele hanno raggiunto il massimo mensile, il Brent prezzando a 75,04 $/b – il massimo in 4 anni – e il WTI a 68,90 $/b – il massimo da dicembre 2014 – dopo che in Yemen le forze houthi spalleggiate dall’Iran hanno lanciato un missile contro l’Arabia Saudita, mentre le forze capeggiate dalla Petromonarchia hanno ucciso un leader dei cosiddetti ribelli. Nel contempo, il differenziale di prezzo tra le due principali qualità si è ampliato sino a 6,14 $/b, il massimo da gennaio 2018.

    Ad aprile, il mercato del petrolio è stato caratterizzato, sia da fattori rialzisti, sia ribassisti:

    Fra quest’ultimi:

    1.   In conformità con le stime dell’Energy Information Administration, l’output USA ha oltrepassato i 10.500.000 b/d (dati settimanali);

    2.   In base alle previsioni dell’EIA, le scorte di greggio USA sono inaspettatamente incrementate dai 425.332.000 barili del 30 marzo, ai 429.737.000 barili del 20 aprile;

    3.   L’apprezzamento del dollaro. In particulare, nei confronti dell’euro, il biglietto verde ha aperto a 1,2308 €/$ il 3 aprile e chiuso a 1,2079 €/$ il 30 aprile (massimo mensile il 27 aprile, a 1,2070 €/$).

    In merito ai fattori rialzisti invece, i quali hanno chiaramente prevalso rispetto ai ribassisti nell’influenzare il prezzo del barile, evidenziamo i seguenti:

    1.  Attualmente, le scorte dei paesi OSCE sono solo 30.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni. Esse erano 300.000.000 al di sopra di tale livello quando i produttori OPEC e non-OPEC iniziarono i loro tagli, il 1° gennaio 2017.

    L’ammontare totale delle scorte petrolifere dell’OCSE è calato a 2.841.000.000 barili;

    2.   Le preoccupazioni relative alla possibile guerra commerciale tra Stati Uniti d’America e Cina;

    3.   Il doppio attacco militare statunitense alla Siria, avvenuto il 14 e 30 aprile;

    4.   Le tensioni attorno al tema del nucleare iraniano dopo l’incontro tra il Presidente USA, Donald Trump, e quello francese, Emmanuel Macron, il 24 aprile scorso.

    I mercati petroliferi sono strettamente legati alle tensioni geopolitiche, soprattutto se interessano il Medio Oriente, che rappresenta il cuore delle esportazioni di petrolio a livello globale”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, a Bloomberg Television. “Se le tensioni non si allentano, continueranno a impattare sul mercato petrolifero e sui relativi prezzi. E sicuramente questo sarà un fattore che indurrà un rialzo dei prezzi”.

    Tenuto conto che il ribilanciamento del mercato è prossimo dall’essere raggiunto, lo storico accordo che le due Corree stanno perseguendo non solo potrebbe contribuire ad un processo di de-escalation delle tensioni internazionali, bensì favorire un auspicabile calo dei prezzi del barile.

    di Demostenes Floros
  • Aprile 2018

    A marzo, i prezzi del petrolio sono aumentati in maniera significativa (oltre il 5%) sulla scia dei tagli concernenti l’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC – la cui conformità ha raggiunto il 138% a febbraio – e delle tensioni riguardanti il commercio globale sollevatesi tra gli Stati Uniti d’America, la Cina e l’Unione europea. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 64,15 $/b e le ha chiuse a 69,67 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 61,34 $/b, chiudendo a 65,14 $/b.

    Il 23 marzo, nonostante le estrazioni di greggio statunitensi avessero raggiunto i 10.407.000 b/g – record dal 1970 – sia il Brent, sia il WTI hanno toccato il massimo mensile rispettivamente quotando 70,36 $/b e 65,80 $/b. Il trend ascendente del barile registrato nel corso degli ultimi 10 giorni del mese è stato determinato da tre fattori accaduti simultaneamente.

    Nello specifico, il 21 marzo:

    1. Dopo che le scorte di greggio USA erano incrementate di 5.220.000 barili a causa dei lavori di manutenzione delle raffinerie, esse sono inaspettatamente diminuite di 2.622.000 barili, il maggiore decremento dall’inizio di gennaio 2018. In base ai dati forniti dall’Energy Information Administration, le scorte sono così scese al di sotto della media degli ultimi 5 anni per la prima volta dal 2014. Il 28 marzo, sono nuovamente incrementate di 1.640.000 barili, contribuendo ad ampliare il differenziale di prezzo tra le qualità Brent e WTI oltre i 5 $/b;

    2. Il Governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha affermato che “il mercato del lavoro ha continuato a rafforzarsi e che l’attività economica è cresciuta a un ritmo moderato”. Il Prodotto Interno Lordo USA è cresciuto del 2,5% durante il IV trimestre del 2017. Per queste ragioni, la FED ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli a 1,50/75%;

    3. L’incontro tra il Presidente statunitense, Donal Trump, e il Principe saudita, Mohammed Bin Salman, ha riacceso le tensioni attorno alla possibile riapertura della crisi iraniana. Secondo FGE, la ripresa delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran potrebbe determinare un crollo delle esportazioni persiane stimato tra i 250.000/500.000 b/g entro la fine dell’anno in corso. Inoltre, anche la nomina di John Bolton – il quale fu contrario alla stipula dell’accordo sul nucleare iraniano – a Consigliere Nazionale sulla Sicurezza ha avuto un impatto rialzista sui prezzi.

    A febbraio, le scorte OSCE sono diminuite di 44.000.000 barili sotto la media degli ultimi 5 anni. A gennaio 2017, all’inizio dell’intesa OPEC/non-OPEC, quest’ultime erano 293.000.000 barili al di sopra della medesima soglia. Dunque, alle condizioni attuali, il mercato del petrolio rientrerà in equilibrio tra il II e il III trimestre del 2018. Tuttavia, Bloomberg evidenzia correttamente che “anni di approvvigionamenti eccessivi fanno sì che la misura sia di per sé più alta del normale, mentre la natura frammentata dei dati al di fuori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) rende difficile ottenere un quadro accurato dell’intero mercato mondiale”.

    di Demostenes Floros