Oil Market Review

Monthly Review

  • Ottobre 2018

    A settembre, i prezzi del barile sono significativamente aumentati di circa 4 $/b. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 78,01 $/b e le ha chiuse a 82,75 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 69,64 $/b, chiudendole a 73,43 $/b.

    Nello specifico, durante la prima settimana del mese, entrambe le qualità di riferimento del mercato petrolifero hanno raggiunto il minimo mensile, rispettivamente quotando 76,71 $/b il 6 settembre e 67,45 $/b il 7 settembre, in virtù di una serie di dati che indicavano come il mercato fosse sufficientemente rifornito, nonostante il calo produttivo di Venezuela e Iran. Dopodiché, i prezzi del barile hanno imboccato un trend rialzista a causa dei seguenti fattori:

    1. In conformità con i dati dell’Energy Information Administration, le scorte commerciali USA sono decresciute da 401.490.000 barili il 31 agosto a 394.137.000 barili il 14 settembre, il minimo da febbraio 2015;
    2. Dopo aver raggiunto un nuovo massimo produttivo di circa 11.100.000 b/g, la crescita dell’estrazione non convenzionale USA di petrolio è prevista arrestarsi. L’EIA ha infatti tagliato le stime dell’output per gli anni 2018/19;
    3. Le sanzioni USA imposte all’Iran a maggio 2018, le quali stanno già colpendo l’export di greggio iraniano, nonostante esse non entreranno in vigore sino al prossimo 4 novembre.

    Sulla scia dell’OPEC + meeting tenutosi in Algeria lo scorso 22/23 settembre, il benchmark europeo e asiatico, così come quello americano, hanno raggiunto il loro massimo da 4 anni a questa parte il 28 settembre dal momento che l’OPEC + – guidato dall’Arabia Saudita e dalla Federazione Russa – ha ritenuto inopportuno un incremento dell’offerta petrolifera, venendo quindi meno alle numerose richieste provenienti dal Presidente degli Stati Uniti d’America.

    Per di più, anche le reiterate minacce espresse da Donald Trump nei confronti dell’Iran nel corso del suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 25 settembre hanno contribuito all’aumento dei prezzi del barile.

    di Demostenes Floros
  • Settembre 2018

    Ad agosto, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 72,53 $/b e le ha chiuse a 77,8 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 67,79 $/b, concludendo a 70,01 $/b.
    Nel corso della prima metà del mese, sia il Brent, sia il WTI sono stati scambiati ai minimi da dieci settimane a questa parte, per le seguenti ragioni:

    1. Le ritorsioni della Cina alle misure economiche degli USA hanno acuito le tensioni tra le due principali superpotenze economiche, il che potrebbe influenzare la futura domanda di petrolio;
    2. La forte svalutazione della Lira turca potrebbe condurre il paese alla recessione con conseguente ricaduta sulla domanda petrolifera;
    3. Secondo l’Oil Monthly Report pubblicato dall’International Energy Agency il 10 agosto, “le preoccupazioni attinenti la stabilità dell’offerta si sono in parte raffreddate per lo meno, al momento. Sono stati registrati incrementi nella produzione soprattutto, da parte dell’Arabia Saudita e dalla Russia, oltre una parziale, ma fragile ripresa in Libia”;
    4. In conformità con lo U.S. Energy Information Administration, le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di 6.810.000 barili, passando da 407.389.000 barili a 414.194.000 barili.

    Nello specifico, il 15 agosto, il riferimento asiatico ed europeo ha toccato il minimo a 70,83 $/b. Il giorno successivo, la qualità americana è calata a 64,83 $/b, il prezzo più basso registrato nell’intero mese.
    Durante la seconda metà di agosto, i prezzi del barile sono invece fortemente aumentati in virtù dei seguenti aspetti:

    1. Il crollo delle esportazioni iraniane, che sono calate da 2.320.000 b/g a luglio a 1.680.000 b/g (stime preliminari di Platts) a metà agosto, in aggiunta agli scioperi verificatisi nei giacimenti della Total, siti nel Mare del Nord, potrebbero frenare l’offerta;
    2. Il calo delle scorte commerciali USA, diminuite da 414.194.000 barili a 405.792.000 barili;
    3. Il deprezzamento del biglietto verde che ha reso gli asset denominati in dollari più attraenti per gli investitori. In particolare, la valuta americana ha perso terreno nei confronti dell’euro, deprezzandosi da 1,1321 €/$ il 15 agosto a 1,171 €/$ il 28 agosto.

    In merito alle esportazioni dell’Iran, è interessante evidenziare che le importazioni dell’India dalla Persia sono decresciute da 700.000 b/g a luglio agli attuali 200.000 b/g, a causa dei timori dovuti alle cosiddette sanzioni secondarie imponibili dagli Stati Uniti.
    Al contrario, la Cina – che è il primo acquirente di petrolio iraniano (l’India era il secondo) – non ha minimamente ridotto le proprie importazioni da Teheran mentre le prime consegne di greggio alla Cina grazie ai contratti petro-yuan sono fissate per settembre.

    di Demostenes Floros
  • Agosto 2018

    A luglio, il prezzo del petrolio è significativamente diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 77,4 $/b e le ha chiuse a 74,2 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le transazioni a 74,03 $/b, chiudendole a 67,45 $/b.

    Sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello americano hanno raggiunto il massimo mensile il 10 luglio, rispettivamente quotando 78,88 $/b e 74,16 $/b (prossimo al record nel corso degli ultimi 3 anni). L’International Energy Agency ha messo in luce che ciò potrebbe essere stato dovuto a causa dei timori relativi all’eventualità che l’incremento dell’offerta deciso dal gruppo OPEC + il 23 giugno non fosse sufficiente al fine di controbilanciare le perdite provenienti dal Venezuela e dall’Iran.

    Infatti, secondo l’IEA, la capacità produttiva del Venezuela potrebbe decrescere di 1.000.000 b/g entro la fine del 2018 (- 40%). Parallelamente, i carichi iraniani con destinazione l’Europa sono già crollati del 50% a causa delle sanzioni USA.

    L’11 luglio inoltre, le dichiarazioni del Presidente statunitense, Donald Trump, secondo il quale la Germania sarebbe “prigioniera” della Russia in merito all’approvvigionamento di gas naturale, non hanno fatto altro che esacerbare ulteriormente le tensioni geopolitiche.

    In realtà, la Germania non è attualmente dipendente dal gas russo più di quanto non lo fosse nel passato. Ad oggi, la Federazione Russa fornisce il 40% circa delle importazioni gasiere tedesche, ma tale percentuale era ben più alta durante la Guerra Fredda (Germania Ovest).

    In aggiunta, nel corso del 2017, gli Stati Uniti hanno importato dalla Russia una media di 384.000 b/g di greggio e prodotti derivati (il 3,8% delle importazioni totali). Secondo Oilprice.com, ipotizzando un prezzo medio di 50 $/b, ciò significa che gli USA hanno speso 7 miliardi $ per il petrolio russo.

    Nel corso della seconda decade di luglio, i prezzi di entrambe le qualità petrolifere sono diminuiti. Il 17 luglio, essi hanno rispettivamente raggiunto 71,6 $/b e 67,64 $/b a causa dei seguenti fattori:

    1.   Libia, Nigeria e Canada sono riusciti ad incrementare il proprio output;

    2.   La guerra commerciale tra gli USA e la Cina potrebbe influenzare negativamente la domanda di petrolio nel corso della seconda metà dell’anno corrente;

    Alla fine del mese, il differenziale di prezzo tra il Brent e il WTI ha oltrepassato i 6,5 $/b. Con ogni probabilità, ciò è accaduto perché l’Arabia Saudita ha sospeso alcune spedizioni attraverso uno dei principali transiti nel Mare Rosso. Tale situazione ha influenzato maggiormente il benchmark europeo e asiatico rispetto a quello americano.

    Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015, il Presidente statunitense, D. Trump, il 31 luglio ha affermato che sarebbe stato favorevole ad incontrare il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, “senza pregiudiziali”.

    Sulla scia del meeting Trump/Putin avvenuto in Helsinki a metà giugno, l’impressione è che i principali avvenimenti geopolitici potrebbero avere un effetto ribassista sul prezzo del barile nel corso della seconda metà del 2018.

    “Se volessero, potrei certamente incontrare gli iraniani” ha affermato D. Trump il 30 luglio durante una conferenza congiunta alla Casa Bianca con il Primo Ministro italiano, Giuseppe Conte. “Non so se sono pronti. Stanno vivendo tempi duri” ha aggiunto.

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2018

    Nonostante la decisione di incrementare la produzione di petrolio di 1.000.000 b/g raggiunta dal cosiddetto gruppo OPEC+ durante il meeting di Vienna del 22/23 giugno, i prezzi del barile sono comunque aumentati. In particolare modo, il benchmark WTI ha guadagnato all’incirca 7,5 $/b.

    La qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 76,76 $/b e le ha chiuse a 77,75 $/b, mentre il West Texas Intermediate le ha aperte a 65,75 $/b, chiudendo a 73,34 $/b (il massimo dal 2014). Sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello americano hanno toccato il minimo mensile il 18 giugno, rispettivamente quotando 73,03 $/b e 64,15 $/b.

    Con ogni probabilità, la produzione di petrolio crescerà di 700.000 b/g dal momento che membri come l’Iran, il Venezuela, la Libia – il cui output, a maggio, è diminuito da 1.000.000 b/g a 750.000 b/g – e Nigeria non saranno in grado di incrementare le proprie estrazioni a causa di problemi riconducibili alle sanzioni, alla crisi economica e ai conflitti geopolitici.

    In realtà, la produzione corrente è minore rispetto a quella stabilita a novembre 2016 quindi, l’aumento di 1.000.000 b/g dovrebbe approssimativamente riportarla al livello precedentemente fissato.

    L’incremento di prezzo da parte delle due principali qualità di petrolio a livello globale è stato di differente intensità. Infatti, il WTI è fortemente aumentato per le seguenti ragioni:

    1.   Il trend decrescente delle scorte commerciali USA. Nello specifico, quest’ultime sono diminuite da 436.584.000 di barili il 1° giugno a 416.636.000 di barili il 22 giugno.

    “Il differenziale tra il WTI e il Brent si sta restringendo nella misura in cui l’aumento produttivo dell’OPEC sta avendo un impatto maggiore sul Brent rispetto al WTI”, ha affermato Hong Sungki, commodities trader presso la NH Investment & Securities Co. “Le scorte al Cushing stanno velocemente calando dal momento che la stagione estiva incrementa la domanda di greggio da parte delle raffinerie, così sostenendo i prezzi del WTI”;

    2.   In Canada – a causa di un problema all’impianto Syncrude – il quale è collegato al terminal di Cushing in Oklahoma, il principale punto di consegna del WTI negli Stati Uniti d’America – l’offerta potrebbe calare di almeno 360.000 b/g fino al prossimo agosto.

    Nei giorni precedenti la riunione dell’OPEC+, il Ministro del Petrolio iraniano, Bijan Namdar Zangeneh, ha sostenuto che il suo paese avrebbe rigettato qualsiasi accordo volto ad aumentare la produzione del gruppo. Dal momento che l’Iran non sarà in grado di accrescere le proprie estrazioni nei mesi a venire, probabilmente il suo scopo era quello di fare pressioni sugli altri membri dell’OPEC affinché quest’ultimi non incrementassero l’output pro capite oltre i limiti prestabiliti a novembre 2016, evitando così di conquistare quote di mercato iraniane. Ad ogni modo, da un punto di vista strettamente politico, l’Iran può fare affidamento solo sul sostegno della Federazione Russa – la cui produzione però, secondo Interfax, pare abbia già raggiunto gli 11.090.000 b/g durante la prima settimana di giugno, 143.000 b/g in più rispetto al tetto deciso alla fine del 2016 – mentre gli Stati Uniti d’America stanno esplicitamente premendo sull’Arabia Saudita allo scopo di innalzare le estrazioni di Riad di 2.000.000 b/g.

    Con ogni probabilità, il Presidente USA, Donald Trump, il quale pare essere alquanto entusiasta nel volere risolvere una serie di dispute diplomatiche con l’omologo russo, Vladimir Putin, affronterà il tema sopracitato nel corso del meeting bilaterale fissato per il prossimo 16 luglio a Helsinki.

    di Demostenes Floros
  • Giugno 2018

    A maggio, il differenziale di prezzo tra i due principali benchmark petroliferi ha oltrepassato gli 11 $/b – il che rappresenta il record negli ultimi tre anni – a causa della crisi iraniana e dell’aumento della produzione di tight oil statunitense. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 73,07$/b e le ha chiuse a 77,62 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 67,47 $/b, chiudendole a 66,99 $/b.

    Il 23 maggio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 79,71 $/b, il livello più alto da novembre 2014, mentre il riferimento americano ha toccato il massimo di 72,63 $/b il 21 maggio.

    Il forte trend ascendente verificatosi nel corso delle prime tre settimane del mese è stato la diretta conseguenza di fattori riconducibili alla geopolitica e allo stato dell’offerta petrolifera:

    1.   L’8 maggio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha dichiarato il ritiro del proprio paese dal Joint Comprehensive Plan of Action, il cui scopo era quello di regolare le attività nucleari dell’Iran, ed ha inoltre introdotto nuove sanzioni contro Teheran;

    In merito al mercato del greggio, gli analisti stimano che queste misure potrebbero comportare una diminuzione dell’export iraniano tra i 200.000 b/g e 1.000.000 b/g. Al momento, l’Iran esporta 2.400.000 b/g;

    2.   Il 18 maggio, per la seconda settimana di seguito, le scorte commerciali USA sono decresciute, passando da 435.955.000 barili a 432.354.000 barili;

    3.   Nel contempo, secondo un report della Barclays, la produzione di greggio venezuelano scenderà al di sotto di 1,000,000 b/g nei mesi a venire a fronte di 1.500.000 b/g estratti ad aprile;

    4.   Il 22 maggio, in seguito alla rielezione di Nicolas Maduro a Presidente, D. Trump ha imposto nuove sanzioni anche contro il Venezuela. Nello specifico, il Presidente USA ha proibito al sistema finanziario Occidentale di acquistate, sia titoli di debito emessi da Caracas, sia titoli della Petroleos de Venezuela SA, la compagnia petrolifera statale del paese Latinoamericano.

    Nel corso dell’ultima settimana di maggio, il costo del barile è diminuito in virtù dei seguenti fattori:

    1.   I fondi coperti ha tagliato le proprie posizioni speculative nette di lungo periodo (acquisto). Secondo l’ICE Futures Europe, il 21 maggio, essi hanno ridotto l’esposizione sul Brent del 3,7%, a 548.555 contratti. Nel contempo, in base ai dati dello U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni nette sul WTI sono diminuite del 6,2%, a 385,283 stipule;

    2.   Il 25 maggio, le scorte di greggio USA sono aumentate da 432.354.000 barili a 438.132.000 barili.

    In conformità con i dati forniti dall’International Energy Agency, i produttori OPEC e non-OPEC – grazie alla politica dei tagli estrattivi implementata a partire da gennaio 2017 – sono riusciti nell’intento di riassorbire l’eccesso di offerta globale. Infatti, per la prima volta dal 2014, le scorte ammontano ad 1.000.000 barili al di sotto della media degli ultimi 5 anni.

    Durante l’International Economic Forum di St. Pietroburgo (SPIEF), svoltosi tra il 24 e il 26 maggio, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha affermato “non siamo interessati a un rialzo all'infinito del prezzo dell'energia e del petrolio. Se mi chiedeste quale sia un prezzo equo, direi che saremmo completamente soddisfatti di 60 $/b”. Qualsiasi prezzo al di sopra di tale soglia “può creare alcuni problemi per i consumatori, con ripercussioni negative anche per i produttori. Che cosa accadrà in seguito dipende dall'accordo sul nucleare iraniano e dagli effetti che produrrà sul mercato energetico mondiale”.

    di Demostenes Floros