Oil Market Review

Monthly Review

  • Agosto 2019

    A luglio 2019, i prezzi del petrolio sono leggermente diminuiti. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 65,93 $/b e le ha chiuse a 65,18 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 59,60 $/b, chiudendo a 57,89 $/b.

    L’11 luglio, entrambe le qualità hanno raggiunto il massimo mensile – rispettivamente quotando 67,58 $/b e 60,84 $/b – a causa del calo delle scorte statunitensi, le quali sono decresciute da 468.491.000 barili il 28 giugno a 458.992.000 barili il 5 luglio. Inoltre, l’uragano Barry ha nel contempo colpito il Golfo del Messico, riducendo l’output della regione di oltre 600.000 b/g, approssimativamente 1/3 dell’intera produzione del Golfo.

    Il 18 luglio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato il minimo mensile venendo rispettivamente scambiati a 61,66 $/b e a 54,79 $/b, in virtù dei timori riconducibili al possibile rallentamento della crescita della domanda globale di petrolio nella seconda metà dell’anno corrente.

    Durante gli ultimi dieci giorni di luglio, i prezzi del barile suono nuovamente aumentati in conseguenza di tre fattori concomitanti:

    1. La crescente tensione nel Golfo Persico, dal quale transitano 18.500.000 b/g di petrolio e derivati;

    2. L’ulteriore riduzione delle scorte commerciali USA, le quali sono calate da 455.876.000 barili il 12 luglio a 445.041.000 barili il 19 luglio;

    3. Il 31 luglio, per la prima volta dal 2008, la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli nel range (forbice) 2-2,25%, con lo scopo di supportare l’economia statunitense e, di conseguenza, anche la domanda globale petrolifera.

    A giugno 2019, nonostante le sanzioni USA, la Cina ha importato 208.205 b/g dall’Iran, il 60% circa in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, specialmente da un punto di vista geopolitico, il fatto che la cooperazione sino-iraniana sia tuttora in campo rappresenta un fattore fondamentale per la stabilità del prezzo del barile.

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2019

    A giugno 2019, il prezzo del barile è significativamente aumentato (circa 5,5 $/b). In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto gli scambi a 61,62 $/b e li ha chiusi a 66,71 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 52,97 $/b, chiudendole a 58,20 $/b.

    Sia il prezzo del benchmark per i mercati europeo e asiatico, sia il riferimento americano sono incrementati a causa dei seguenti fattori economici e geopolitici:

    1. Dopo essere diminuite a 485.470.000 barili il 7 giugno (minimo dal 1990), le scorte USA sono ulteriormente calate a 469.576.000 barili il 21 giugno (-15.890.400 barili), il maggior declino registrato nelle forniture statunitensi dal settembre 2016. Sulla scia di quest’ultimo dato pubblicato dall’Energy Information Administration il 26 giugno, il WTI ha raggiunto il massimo mensile, scambiando a 59,70 $/b;

    2. Dopo avere raggiunto il record estrattivo di 12.400.000 b/g il 31 maggio, l’output USA è decresciuto a 12.100.000 b/g il 21 giugno;

    3. Il 20 giugno, la contraerea iraniana ha abbattuto un drone statunitense presso lo Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico. Secondo le informazioni divulgate da Teheran, il drone era entrato nello spazio aereo iraniano. Di converso, Washington ha rivendicato il fatto che il velivolo fosse nello spazio aereo internazionale;

    4. A maggio 2019, la Federazione Russa ha ridotto le proprie estrazioni a 11.110.000 b/g, portandole al di sotto del livello stabilito in accordo con l’OPEC+ a dicembre 2018 (11.180.000 b/g). Nello specifico, le forniture russe trasportate attraverso l’oleodotto Druzhba, il quale connette la Russia con l’Europa centrale, si sono ridotte da aprile 2019 a causa del greggio contaminato.

    Il 29 giugno, il presidente USA, Donald Trump, ha incontrato il suo omologo cinese Xi Jinping durante il G20 di Tokio. Trump e Xi hanno deciso di riaprire il dialogo in merito all’intesa commerciale tra le due superpotenze economiche. Nel caso in cui riuscissero a conseguire un accordo nel corso delle prossime settimane, esso avrà senza dubbio un impatto positivo sulla domanda petrolifera.

    La correlazione positiva che sussiste anche tra il trend della domanda cinese di greggio e il prezzo del Brent (stimata al 79%, ceteris paribus), in aggiunta al prolungamento dei tagli stabiliti dall’OPEC+ a Vienna il 1° luglio 2019, presumibilmente supporteranno il prezzo del barile nel corso della seconda metà dell’anno.

    di Demostenes Floros
  • Giugno 2019

    A maggio 2019, il prezzo del petrolio è diminuito in maniera significativa a causa delle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti d’America e la Cina, le quali potrebbero negativamente intaccare la crescita della domanda globale. “L’impressione è che ci stiamo trincerando in una guerra commerciale che danneggerà la domanda di greggio” ha dichiarato il commodity manager, Tariq Sahir.

    In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 72,03 $/b e le ha chiuse a 64,47 $/b (-10% rispetto ad aprile), mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 63,68 $/b, chiudendo a 53,4 $/b, il minimo dal 12 febbraio (-16% mese su mese).

    Il 23 maggio, le scorte statunitensi sono incrementate di 4.740.000 b/g per un totale di 476.775.000 barili. Secondo i dati dello U.S. Energy Department, si tratta del livello più alto da luglio 2017. Le scorte americane, in aggiunta al record estrattivo USA di 12.200.000 b/g, sono la principale causa del differenziale di prezzo esistente tra le qualità Brent e WTI, oramai attorno agli 11 $/b.

    Ad aprile 2019, la conformità dei limiti produttivi all’accordo OPEC+ del 7 dicembre 2018 (-1.200.000 b/g) ha raggiunto il 168% rispetto al 138% di marzo. Per questa ragione, in occasione del vertice Vienna in programma il 30 giugno 2019, i produttori potrebbero decidere di eliminare l’eccesso di tagli, rispettando comunque i livelli di output previsti nell’intesa per poi prolungarla nella seconda metà dell’anno.

    Se così fosse, l’Arabia Saudita, leader dell’OPEC, e la Federazione Russa, capofila dei produttori non-OPEC, potrebbero inoltre raggiungere un equilibrio politico reciprocamente vantaggioso.

    di Demostenes Floros
  • Maggio 2019

    Ad aprile 2019, i prezzi del barile sono aumentati, raggiungendo i massimi da sei mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 69,22 $/b e le ha chiuse a 71,68 $/b, mentre il greggio West Texas Intermediate ha aperto le quotazioni a 61,74 $/b, chiudendole a 63,56 $/b.

    Il 24 aprile, il benchmark europeo e asiatico ha toccato il massimo a 74,59 $/b. Il giorno precedente, la qualità americana si era spinta fino a 66,09 $/b. I prezzi del petrolio sono aumentati perché il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, il 2 maggio 2019 non ha rinnovato le deroghe all’acquisto di greggio iraniano. Quest’ultime erano state concesse il 5 novembre 2018 a 8 paesi: Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Italia, Turchia e Grecia.

    In aggiunta, il mercato del petrolio è stato influenzato dai seguenti fattori rialzisti:

    1. L’intensificazione della Guerra in Libia;

    2. I tagli dell’OPEC+ stabiliti alla fine del 2018 (-1.200.000 b/g);

    3. Le sanzioni statunitensi imposte al Venezuela;

    4. La momentanea riduzione della produzione non convenzionale USA (tight oil) per un ammontare di 100.000 b/g verificatasi a metà aprile.

    La modesta decrescita dei prezzi registrata alla fine del mese è stata invece dovuta alla crescita delle scorte commerciali statunitensi, incrementate da 455.154.000 barili a 460.633.000 barili (+ 6.860.000 barili).

    Sulla scia della pubblicazione di quest’ultimo dato, Carsten Fritsch, analista finanziario presso Commerzbank, ha affermato che “la situazione nel mercato petrolifero si è tranquillizzata. Apparentemente, il mercato globale del petrolio è sufficientemente approvvigionato”. Tuttavia, la decisione di Trump non rinnovare le deroghe è stata “una sorpresa rialzista per il mercato” aveva in precedenza evidenziato Olivier Jakob, analista per Petromatrix.

    di Demostenes Floros
  • Aprile 2019

    A marzo 2019, il prezzo del barile è aumentato di circa 3,5 $/b, venendo scambiato intorno ai massimi da quattro mesi a questa parte. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 64,99 $/b e le ha chiuse a 68,36 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 56,2 $/b, per poi chiudere a 60,22 $/b.

    Nel dettaglio, i prezzi del greggio sono costantemente cresciuti sino al 20 marzo 2019 – rispettivamente quotando 68,3 $/b e 60 $/b – poiché le scorte commerciali statunitensi sono decresciute dai 449.072.000 barili dell’8 marzo 2019 ai 439.483.000 barili del 15 marzo 2019. In seguito, sono leggermente diminuiti a causa dell’apprezzamento del dollaro (€/$ 1,1218 il 28 marzo) prima di aumentare nuovamente sulla scia delle dichiarazioni del ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, il quale ha affermato che la Federazione Russa avrebbe raggiunto la propria quota di tagli a inizio aprile (-228.000 b/g).

    A partire dal 2019, i prezzi dei benchmark asiatico-europeo e statunitense sono rispettivamente saliti del 25% e del 30% nella misura in cui i tagli dell’OPEC+, in aggiunta ai cali estrattivi in Venezuela (-142.000 b/g a febbraio 2019) e Iran, hanno più che controbilanciato la crescente produzione di tight oil USA (12.100.000 b/g da febbraio 2019).

    Secondo Goldman Sachs, “l’ultimo rally del Brent ha portato i prezzi al picco di 67,5 $/b, tre mesi prima rispetto a quanto da noi preventivato. Nel prossimo futuro, la crescita della domanda [stimata di 1.450.000 b/g nel 2019] e le interruzioni delle forniture potrebbero spingere i prezzi fino a 70 $/b. Le perdite sul versante dell’offerta, così come la crescita della domanda, stanno superando le nostre aspettative […] mentre le posizioni nette di lungo periodo rimangono tuttora depresse”.

    Questa situazione potrebbe potenzialmente rappresentare una perfetta tempesta di stampo rialzista, a meno che il prossimo maggio Donald Trump non proroghi le deroghe nei confronti degli acquirenti di petrolio iraniano attualmente sotto sanzioni USA.

    di Demostenes Floros