Oil Market Review

Monthly Review

  • Aprile 2018

    A marzo, i prezzi del petrolio sono aumentati in maniera significativa (oltre il 5%) sulla scia dei tagli concernenti l’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC – la cui conformità ha raggiunto il 138% a febbraio – e delle tensioni riguardanti il commercio globale sollevatesi tra gli Stati Uniti d’America, la Cina e l’Unione europea. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 64,15 $/b e le ha chiuse a 69,67 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 61,34 $/b, chiudendo a 65,14 $/b.

    Il 23 marzo, nonostante le estrazioni di greggio statunitensi avessero raggiunto i 10.407.000 b/g – record dal 1970 – sia il Brent, sia il WTI hanno toccato il massimo mensile rispettivamente quotando 70,36 $/b e 65,80 $/b. Il trend ascendente del barile registrato nel corso degli ultimi 10 giorni del mese è stato determinato da tre fattori accaduti simultaneamente.

    Nello specifico, il 21 marzo:

    1. Dopo che le scorte di greggio USA erano incrementate di 5.220.000 barili a causa dei lavori di manutenzione delle raffinerie, esse sono inaspettatamente diminuite di 2.622.000 barili, il maggiore decremento dall’inizio di gennaio 2018. In base ai dati forniti dall’Energy Information Administration, le scorte sono così scese al di sotto della media degli ultimi 5 anni per la prima volta dal 2014. Il 28 marzo, sono nuovamente incrementate di 1.640.000 barili, contribuendo ad ampliare il differenziale di prezzo tra le qualità Brent e WTI oltre i 5 $/b;

    2. Il Governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha affermato che “il mercato del lavoro ha continuato a rafforzarsi e che l’attività economica è cresciuta a un ritmo moderato”. Il Prodotto Interno Lordo USA è cresciuto del 2,5% durante il IV trimestre del 2017. Per queste ragioni, la FED ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli a 1,50/75%;

    3. L’incontro tra il Presidente statunitense, Donal Trump, e il Principe saudita, Mohammed Bin Salman, ha riacceso le tensioni attorno alla possibile riapertura della crisi iraniana. Secondo FGE, la ripresa delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran potrebbe determinare un crollo delle esportazioni persiane stimato tra i 250.000/500.000 b/g entro la fine dell’anno in corso. Inoltre, anche la nomina di John Bolton – il quale fu contrario alla stipula dell’accordo sul nucleare iraniano – a Consigliere Nazionale sulla Sicurezza ha avuto un impatto rialzista sui prezzi.

    A febbraio, le scorte OSCE sono diminuite di 44.000.000 barili sotto la media degli ultimi 5 anni. A gennaio 2017, all’inizio dell’intesa OPEC/non-OPEC, quest’ultime erano 293.000.000 barili al di sopra della medesima soglia. Dunque, alle condizioni attuali, il mercato del petrolio rientrerà in equilibrio tra il II e il III trimestre del 2018. Tuttavia, Bloomberg evidenzia correttamente che “anni di approvvigionamenti eccessivi fanno sì che la misura sia di per sé più alta del normale, mentre la natura frammentata dei dati al di fuori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) rende difficile ottenere un quadro accurato dell’intero mercato mondiale”.

    di Demostenes Floros
  • Marzo 2018

    A febbraio, i prezzi del petrolio sono significativamente diminuiti di circa 5$/b. Nello specifico, il 1° febbraio, il North Sea Brent e il West Texas Intermediate quotavano rispettivamente 69,75$/b e 66,01$/b. Il 28 febbraio, il benchmark europeo e asiatico prezzava 64,66$/b, mentre la miscela americana veniva scambiata a 61,55$/b.
    Il 13 febbraio, entrambe le qualità hanno raggiunto il minimo mensile, il Brent quotando a 62,60$/b e il WTI a 58,87$/b. Tale andamento ribassista è stato dovuto dai seguenti fattori economici e finanziari:

    1. Nel corso della settimana conclusasi il 30 gennaio, le posizioni nette speculative di breve periodo (vendita) sono incrementate del 6,3% per 39.127 contratti;

    2. Durante la prima settimana di febbraio, il numero totale delle trivelle attive negli Stati Uniti è aumentato di 29 unità;

    3. L’8 febbraio, il dollaro si è apprezzato nei confronti dell’euro, quotando 1,2253 €/$;

    4. Il 9 febbraio, la produzione statunitense ha raggiunto i 10.271.000 b/g. Il Direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol, ha affermato che la “crescita esplosiva” delle estrazioni USA potrebbe protrarsi oltre l’anno corrente.

    Nel corso della seconda metà del mese, i prezzi hanno ripreso a crescere in virtù delle seguenti ragioni:

    1. Il deprezzamento del dollaro. Il 15 febbraio, il tasso di cambio euro/dollaro ha prezzato 1,2493 €/$, stimolando la domanda di commodities denominate nella valuta statunitense;

    2. Il calo delle scorte di petrolio nei paesi OCSE;

    3. L’aumento delle esportazioni petrolifere USA, le quali hanno approssimativamente raggiunto 2.000.000 b/g, il massimo da ottobre 2017;

    4. Il 23 febbraio, è stata interrotta la produzione del pozzo El-Feel, in Libia (-70.000 b/g), a causa di proteste;

    Durante gli ultimi giorni del mese, un nuovo apprezzamento del dollaro, il quale ha raggiunto il massimo mensile nei confronti dell’euro (1,2214 €/$ il 28 febbraio), in aggiunta alla crescita delle scorte USA (+3.020.000 barili nel corso dell’ultima settimana) hanno contribuito ad un calo dei prezzi.
    Il 12 febbraio, Il Ministro degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Al Mazrouei, l’attuale Presidente dell’OPEC, ha affermato che “Il petrolio di scisto sta per tornare sul mercato, e ci si attende che lo farà con maggiore forza rispetto al 2017; perciò dobbiamo essere vigili. Comunque, tutto considerato, non ritengo che causerà grandi distorsioni”.
    In verità, come messo in evidenza da Bloomberg il 18 febbraio, il problema principale dell’OPEC consiste nell’effettiva capacità dell’Organizzazione di stimare in maniera corretta le scorte al di fuori dei membri dell’OSCE, i quali già oggi contribuiscono per circa la metà dei consumi mondiali di petrolio e, secondo le più recenti stime, contribuiranno per l’80% della crescita della domanda nel 2018.
    È probabilmente per questa ragione che il Ministro del Petrolio saudita, Khalid A. Al-Falih, il 19 febbraio ha affermato che, “Se sarà necessario sbilanciare il mercato per un po’ di tempo, lo faremo”.

    di Demostenes Floros
  • Febbraio 2018

    Nel corso del primo mese del 2018, i prezzi del petrolio sono aumentati in quanto l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio – capitanati dall’Arabia Saudita – e i produttori non-OPEC – guidati dalla Federazione Russa – hanno rispettato i tagli produttivi ad un tasso del 125% a dicembre, in aumento rispetto al 122% del mese precedente. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 66,57 $/b e le ha chiuse a 69,05 $/b, mentre la miscela West Texas Intermediate ha aperto a 60,37 $/b, chiudendo a 64,73 $/b. Il 24 gennaio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 70,75 $/b, record da gennaio 2014, mentre il riferimento americano ha toccato i 66,12 $/b il 26 gennaio, il massimo negli ultimi 37 mesi. Il modesto decremento dei prezzi del barile verificatosi nel corso dell’ultima settimana di gennaio è stato causato da un incremento del numero delle trivelle attive negli USA (11) e dalle scorte statunitensi (6.780.000 barili) quest’ultime, per la prima volta da novembre 2017. Nel complesso, il trend mensile ascendente del petrolio è stato determinato da un insieme di fattori economici e geopolitici, tra i quali:
    1. In conformità con i dati pubblicati dall’International Monetary Fund il 23 gennaio nel corso del Forum di Davos in Svizzera, l’economia mondiale si espanderà ad un tasso del 3,7% nel 2018, con l’effetto di supportare la domanda di “oro nero”. Infatti, in base alle stime rilasciate dall’International Energy Agency il 9 gennaio, la domanda globale di petrolio è prevista in aumento di 1.700.000 b/g, sia nel 2018, sia nel 2019, dopo essere cresciuta di 1.400.000 b/g nel 2017.
    2. In base ai dati settimanali diffusi dalla U.S. Energy Information Administration, le scorte americane di greggio sono calate da 424.462.000 barili il 29 dicembre 2017, a 411.583.000 barili il 19 gennaio 2018 (minimo da febbraio 2015), in virtù del più alto incremento del tasso di attività delle raffinerie registratosi durante l’ultimo decennio. Nello specifico, le scorte statunitensi sono calate per dieci settimane di fila, la serie temporalmente più lunga mai registrata (il massimo ammontare da dicembre 2014). Dopodiché, il greggio USA stoccato nei vari serbatoi e terminali del paese è balzato all’insù di 6.780.000 barili il 26 gennaio. Anche le giacenze commerciali OCSE sono diminuite, passando da 137.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni, agli attuali 133.000.000 barili.
    3. Secondo i dati mostrati dalla Commodity Futures Trading Commission, i fondi coperti hanno incrementato le proprie posizioni speculative nette sul WTI del 2,9% (496.111 contratti tra futures e opzioni) durante la settimana terminata il 23 gennaio, il massimo dal 2006. Nel contempo, le posizioni speculative nette sul Brent sono aumentate del 2,4% (584.707 contratti), record da sempre.
    4. In conformità con il Bloomberg Spot Dollar Index, il dollaro USA si è deprezzato per la settima settimana di fila, il declino più lungo dal 2010.
    5. Da ultimo, ma non per questo meno importanti, gli aspetti attinenti la geopolitica. Di fatto, i tumulti verificatisi all’inizio dell’anno in Iran (il terzo produttore OPEC), in aggiunta ai problemi economici del Venezuela che stanno avendo ricadute pesanti in termini di mantenimento dell’output e dell’export, hanno contribuito nel sostenere la crescita dei prezzi. In particolare, nel paese Latinoamericano, l’estrazione di petrolio ha raggiunto 1.160.000 b/g a dicembre, il minimo da 30 anni. Il deprezzamento del dollaro, in aggiunta al ruolo rialzista giocato dai fondi coperti, hanno concorso nel determinare il forte recupero del benchmark USA, facendo sì che il differenziale di prezzo Brent/WTI si restringesse a circa 4 $/b alla fine di gennaio, il minimo da agosto 2017. Nonostante i recenti incrementi di prezzo, i tagli decisi dagli estrattori OPEC e non-OPEC a novembre 2016 e rinnovati a novembre 2017 proseguiranno fino alla fine dell’anno corrente oppure si interromperanno a metà 2018 in virtù del conseguito ribilanciamento del mercato come paiono insinuare alcune voci di corridoio? Il 13 gennaio, il Ministro del Petrolio iracheno, Jabbar al-Luaibi, ha affermato: “Alcune fonti in varie parti del mondo sostengono che il mercato sia di nuovo in crescita, che i prezzi stanno salendo e che di conseguenza è giunto il momento di sospendere i tagli alla produzione. Si tratta di una conclusione errata, con cui non concordiamo”. Non ci rimane che attendere!

    di Demostenes Floros
  • Gennaio 2018

    A dicembre, i prezzi del petrolio sono aumentati sulla scia dell’estensione dell’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC. Il livello di conformità con i tagli precedentemente prestabiliti è cresciuto al 115% a novembre, portando la media nei primi 11 mesi del 2017 al 91%. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 63,70 $/b e le ha chiuse a 66,62 $/b – il record da maggio 2015 – mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando 58,36 $/b, per poi chiudere a 60,25 $/b – il massimo da giugno 2015.

    Il 6 dicembre, sia il benchmark europeo e asiatico, sia la miscela americana hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente quotando 61,26 $/b e 55,97 $/b. In base alle statistiche pubblicate dallo U.S. Energy Information Administration, nonostante si sia verificato un calo delle scorte di greggio per un ammontare pari a 5.600.000 barili, le giacenze di Distillate Fuel Oil sono invece incrementate di 1.700.000 barili e le Total Motor Gasoline di 6.800.000 barili con la conseguenza che alcuni hedge funds hanno liquidato le loro posizioni.

    Di seguito, i diversi fattori finanziari e geopolitici che hanno determinato il trend ascendente del prezzo del barile:

    1. L’11 dicembre, il North Sea Forties Pipeline System (FPS) ha interrotto le forniture a causa di una rottura. L’FPS è ritornato in funzione a partire dal 30 dicembre;

    2. Il ruolo della finanza. Nel corso dell’anno appena conclusosi, le scommesse dei fondi coperti sono state le più rialziste di sempre;

    3.   La debolezza del dollaro;

    4. Le riserve di greggio USA ha raggiunto il minimo da luglio 2015;

    5. Il 26 dicembre, l’esplosione di un gasdotto in Libia ha ridotto la produzione di circa 100.000 b/g.

    Nel corso del 2017, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati rispetto all’anno precedente. In particolar modo, il Brent è incrementato del 17,3%, mentre il WTI del 10,3%. A causa della crescita del fracking statunitense, il mercato presenterà un moderato eccesso dal lato dell’offerta anche nella prima metà del 2018, ma il più importante evento che caratterizzerà il nuovo anno sarà – con ogni probabilità – il lancio del petro-yuan convertibile in oro da parte della Cina.

    di Demostenes Floros
  • Dicembre 2017

    A novembre, i prezzi del petrolio sono aumentati sino a raggiungere i massimi da metà 2015. In particolare, la qualità del greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 60,44 $/b e le ha chiuse a 62,71 $/b, mentre la miscela del West Texas Intermediate ha aperto a quota 54,27 $/b per chiudere a 57,45 $/b sulla scia dell’estensione per l’intero 2018 dell’accordo OPEC/non OPEC stipulato a novembre 2016 e in scadenza il 31 marzo 2018.

    Inoltre, sono diversi i fattori che hanno contribuito a determinare il trend mensile ascendente del petrolio, tra i quali:

    1. In conformità con le stime fornite dall’Oil Market Report, a settembre le scorte nei paesi OSCE sono diminuite di 40.000.000 di barili. Per la prima volta nel corso degli ultimi due anni, le giacenze globali sono scese sotto i 3 trilioni di barili (63.000.000 di barili nel III trimestre 2017);

    2. Nonostante l’output di greggio USA abbia raggiunto i 9.682.000 b/g (previsioni settimanali), aumentando del 15% dalla metà del 2016, il prezzo del WTI ha inoltre raggiunto il massimo a 58,81 $/b il 24 novembre a causa della chiusura della pipeline Keystone dovuta ad una perdita. La capacità di Keystone – che connette i bacini di oil sands del Canada con gli Stati Uniti d’America – è di 590.000 b/g.

    3. Il costante deprezzamento del dollaro. Il 27 novembre, la valuta americana è giunta a prezzare 1,1952 €/$, il minimo dal 4 settembre 2017 (1,206 €/$);

    4. Il cosiddetto Black Friday fiscale cinese. Dal 1 dicembre 2017, la Cina taglierà le tariffe di 187 beni di consumo importati. Le tariffe dei generi alimentari, farmaceutici, cosmetici e abbigliamento diminuiranno da una media attuale del 17,3% al 7,7%. Secondo il quotidiano economico e finanziario MF Milano Finanza, “il lungo viaggio di Donald Trump in Asia sta facendo sentire gli effetti”;

    5. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

    Tenuto conto che il mercato petrolifero è tutt’ora caratterizzato da un eccesso dal lato dell’offerta, la seconda estensione dell’accordo di novembre 2016 – se correttamente implementato nel corso del 2018 – certamente determinerà un ribilanciamento del mercato con prezzi stimati attorno ai 60 $/b.

    In base ai dati forniti dall’Outlook 2017 del Fondo Monetario Internazionale, la maggior parte dei membri dell’OPEC – dopo avere profondamente ridimensionato i propri bilanci di Stato – attualmente, ha un prezzo di break-even prossimo alle stime del FMI (in realtà, nel 2017 l’Arabia Saudita necessita di 73,1 $/b).

    Da un punto di vista strettamente geopolitico, l’impressione è che il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sia uno dei più influenti player anche tra i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio dopo avere ottenuto la vittoria militare in Siria – la quale creò le precondizioni per l’accordo di novembre 2016.

    di Demostenes Floros