Oil Market Review

Monthly Review

  • Giugno 2018

    A maggio, il differenziale di prezzo tra i due principali benchmark petroliferi ha oltrepassato gli 11 $/b – il che rappresenta il record negli ultimi tre anni – a causa della crisi iraniana e dell’aumento della produzione di tight oil statunitense. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 73,07$/b e le ha chiuse a 77,62 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 67,47 $/b, chiudendole a 66,99 $/b.

    Il 23 maggio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 79,71 $/b, il livello più alto da novembre 2014, mentre il riferimento americano ha toccato il massimo di 72,63 $/b il 21 maggio.

    Il forte trend ascendente verificatosi nel corso delle prime tre settimane del mese è stato la diretta conseguenza di fattori riconducibili alla geopolitica e allo stato dell’offerta petrolifera:

    1.   L’8 maggio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha dichiarato il ritiro del proprio paese dal Joint Comprehensive Plan of Action, il cui scopo era quello di regolare le attività nucleari dell’Iran, ed ha inoltre introdotto nuove sanzioni contro Teheran;

    In merito al mercato del greggio, gli analisti stimano che queste misure potrebbero comportare una diminuzione dell’export iraniano tra i 200.000 b/g e 1.000.000 b/g. Al momento, l’Iran esporta 2.400.000 b/g;

    2.   Il 18 maggio, per la seconda settimana di seguito, le scorte commerciali USA sono decresciute, passando da 435.955.000 barili a 432.354.000 barili;

    3.   Nel contempo, secondo un report della Barclays, la produzione di greggio venezuelano scenderà al di sotto di 1,000,000 b/g nei mesi a venire a fronte di 1.500.000 b/g estratti ad aprile;

    4.   Il 22 maggio, in seguito alla rielezione di Nicolas Maduro a Presidente, D. Trump ha imposto nuove sanzioni anche contro il Venezuela. Nello specifico, il Presidente USA ha proibito al sistema finanziario Occidentale di acquistate, sia titoli di debito emessi da Caracas, sia titoli della Petroleos de Venezuela SA, la compagnia petrolifera statale del paese Latinoamericano.

    Nel corso dell’ultima settimana di maggio, il costo del barile è diminuito in virtù dei seguenti fattori:

    1.   I fondi coperti ha tagliato le proprie posizioni speculative nette di lungo periodo (acquisto). Secondo l’ICE Futures Europe, il 21 maggio, essi hanno ridotto l’esposizione sul Brent del 3,7%, a 548.555 contratti. Nel contempo, in base ai dati dello U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni nette sul WTI sono diminuite del 6,2%, a 385,283 stipule;

    2.   Il 25 maggio, le scorte di greggio USA sono aumentate da 432.354.000 barili a 438.132.000 barili.

    In conformità con i dati forniti dall’International Energy Agency, i produttori OPEC e non-OPEC – grazie alla politica dei tagli estrattivi implementata a partire da gennaio 2017 – sono riusciti nell’intento di riassorbire l’eccesso di offerta globale. Infatti, per la prima volta dal 2014, le scorte ammontano ad 1.000.000 barili al di sotto della media degli ultimi 5 anni.

    Durante l’International Economic Forum di St. Pietroburgo (SPIEF), svoltosi tra il 24 e il 26 maggio, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha affermato “non siamo interessati a un rialzo all'infinito del prezzo dell'energia e del petrolio. Se mi chiedeste quale sia un prezzo equo, direi che saremmo completamente soddisfatti di 60 $/b”. Qualsiasi prezzo al di sopra di tale soglia “può creare alcuni problemi per i consumatori, con ripercussioni negative anche per i produttori. Che cosa accadrà in seguito dipende dall'accordo sul nucleare iraniano e dagli effetti che produrrà sul mercato energetico mondiale”.

    di Demostenes Floros
  • Maggio 2018

    Ad aprile, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati sulla scia dell’accordo relativo alla diminuzione dell’output deciso dai produttori OPEC e non-OPEC. Nello specifico, in base ai dati forniti dall’International Energy Agency, la conformità dei tagli operati dall’OPEC a marzo ha raggiunto il record del 164% rispetto al 148% di febbraio (cifra rivista al rialzo), mentre il livello di conformità dei 10 produttori non-OPEC è aumentato all’85% lo scorso mese in confronto al 78% di febbraio. 

    La qualità Brent North Sea ha aperto le transazioni a 68,18 $/b e le ha chiuse a 74,70 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto le negoziazioni a 63,62 $/b, terminando a 68,45 $/b.

    Il 6 aprile, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano hanno toccato il minimo del mese rispettivamente quotando 66,89 $/b e 61,63 $/b, in virtù dell’apprezzamento del dollaro (1,2234 €/$).  

    Il 23 aprile, entrambe le miscele hanno raggiunto il massimo mensile, il Brent prezzando a 75,04 $/b – il massimo in 4 anni – e il WTI a 68,90 $/b – il massimo da dicembre 2014 – dopo che in Yemen le forze houthi spalleggiate dall’Iran hanno lanciato un missile contro l’Arabia Saudita, mentre le forze capeggiate dalla Petromonarchia hanno ucciso un leader dei cosiddetti ribelli. Nel contempo, il differenziale di prezzo tra le due principali qualità si è ampliato sino a 6,14 $/b, il massimo da gennaio 2018.

    Ad aprile, il mercato del petrolio è stato caratterizzato, sia da fattori rialzisti, sia ribassisti:

    Fra quest’ultimi:

    1.   In conformità con le stime dell’Energy Information Administration, l’output USA ha oltrepassato i 10.500.000 b/d (dati settimanali);

    2.   In base alle previsioni dell’EIA, le scorte di greggio USA sono inaspettatamente incrementate dai 425.332.000 barili del 30 marzo, ai 429.737.000 barili del 20 aprile;

    3.   L’apprezzamento del dollaro. In particulare, nei confronti dell’euro, il biglietto verde ha aperto a 1,2308 €/$ il 3 aprile e chiuso a 1,2079 €/$ il 30 aprile (massimo mensile il 27 aprile, a 1,2070 €/$).

    In merito ai fattori rialzisti invece, i quali hanno chiaramente prevalso rispetto ai ribassisti nell’influenzare il prezzo del barile, evidenziamo i seguenti:

    1.  Attualmente, le scorte dei paesi OSCE sono solo 30.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni. Esse erano 300.000.000 al di sopra di tale livello quando i produttori OPEC e non-OPEC iniziarono i loro tagli, il 1° gennaio 2017.

    L’ammontare totale delle scorte petrolifere dell’OCSE è calato a 2.841.000.000 barili;

    2.   Le preoccupazioni relative alla possibile guerra commerciale tra Stati Uniti d’America e Cina;

    3.   Il doppio attacco militare statunitense alla Siria, avvenuto il 14 e 30 aprile;

    4.   Le tensioni attorno al tema del nucleare iraniano dopo l’incontro tra il Presidente USA, Donald Trump, e quello francese, Emmanuel Macron, il 24 aprile scorso.

    I mercati petroliferi sono strettamente legati alle tensioni geopolitiche, soprattutto se interessano il Medio Oriente, che rappresenta il cuore delle esportazioni di petrolio a livello globale”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, a Bloomberg Television. “Se le tensioni non si allentano, continueranno a impattare sul mercato petrolifero e sui relativi prezzi. E sicuramente questo sarà un fattore che indurrà un rialzo dei prezzi”.

    Tenuto conto che il ribilanciamento del mercato è prossimo dall’essere raggiunto, lo storico accordo che le due Corree stanno perseguendo non solo potrebbe contribuire ad un processo di de-escalation delle tensioni internazionali, bensì favorire un auspicabile calo dei prezzi del barile.

    di Demostenes Floros
  • Aprile 2018

    A marzo, i prezzi del petrolio sono aumentati in maniera significativa (oltre il 5%) sulla scia dei tagli concernenti l’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC – la cui conformità ha raggiunto il 138% a febbraio – e delle tensioni riguardanti il commercio globale sollevatesi tra gli Stati Uniti d’America, la Cina e l’Unione europea. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 64,15 $/b e le ha chiuse a 69,67 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 61,34 $/b, chiudendo a 65,14 $/b.

    Il 23 marzo, nonostante le estrazioni di greggio statunitensi avessero raggiunto i 10.407.000 b/g – record dal 1970 – sia il Brent, sia il WTI hanno toccato il massimo mensile rispettivamente quotando 70,36 $/b e 65,80 $/b. Il trend ascendente del barile registrato nel corso degli ultimi 10 giorni del mese è stato determinato da tre fattori accaduti simultaneamente.

    Nello specifico, il 21 marzo:

    1. Dopo che le scorte di greggio USA erano incrementate di 5.220.000 barili a causa dei lavori di manutenzione delle raffinerie, esse sono inaspettatamente diminuite di 2.622.000 barili, il maggiore decremento dall’inizio di gennaio 2018. In base ai dati forniti dall’Energy Information Administration, le scorte sono così scese al di sotto della media degli ultimi 5 anni per la prima volta dal 2014. Il 28 marzo, sono nuovamente incrementate di 1.640.000 barili, contribuendo ad ampliare il differenziale di prezzo tra le qualità Brent e WTI oltre i 5 $/b;

    2. Il Governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha affermato che “il mercato del lavoro ha continuato a rafforzarsi e che l’attività economica è cresciuta a un ritmo moderato”. Il Prodotto Interno Lordo USA è cresciuto del 2,5% durante il IV trimestre del 2017. Per queste ragioni, la FED ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli a 1,50/75%;

    3. L’incontro tra il Presidente statunitense, Donal Trump, e il Principe saudita, Mohammed Bin Salman, ha riacceso le tensioni attorno alla possibile riapertura della crisi iraniana. Secondo FGE, la ripresa delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran potrebbe determinare un crollo delle esportazioni persiane stimato tra i 250.000/500.000 b/g entro la fine dell’anno in corso. Inoltre, anche la nomina di John Bolton – il quale fu contrario alla stipula dell’accordo sul nucleare iraniano – a Consigliere Nazionale sulla Sicurezza ha avuto un impatto rialzista sui prezzi.

    A febbraio, le scorte OSCE sono diminuite di 44.000.000 barili sotto la media degli ultimi 5 anni. A gennaio 2017, all’inizio dell’intesa OPEC/non-OPEC, quest’ultime erano 293.000.000 barili al di sopra della medesima soglia. Dunque, alle condizioni attuali, il mercato del petrolio rientrerà in equilibrio tra il II e il III trimestre del 2018. Tuttavia, Bloomberg evidenzia correttamente che “anni di approvvigionamenti eccessivi fanno sì che la misura sia di per sé più alta del normale, mentre la natura frammentata dei dati al di fuori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) rende difficile ottenere un quadro accurato dell’intero mercato mondiale”.

    di Demostenes Floros
  • Marzo 2018

    A febbraio, i prezzi del petrolio sono significativamente diminuiti di circa 5$/b. Nello specifico, il 1° febbraio, il North Sea Brent e il West Texas Intermediate quotavano rispettivamente 69,75$/b e 66,01$/b. Il 28 febbraio, il benchmark europeo e asiatico prezzava 64,66$/b, mentre la miscela americana veniva scambiata a 61,55$/b.
    Il 13 febbraio, entrambe le qualità hanno raggiunto il minimo mensile, il Brent quotando a 62,60$/b e il WTI a 58,87$/b. Tale andamento ribassista è stato dovuto dai seguenti fattori economici e finanziari:

    1. Nel corso della settimana conclusasi il 30 gennaio, le posizioni nette speculative di breve periodo (vendita) sono incrementate del 6,3% per 39.127 contratti;

    2. Durante la prima settimana di febbraio, il numero totale delle trivelle attive negli Stati Uniti è aumentato di 29 unità;

    3. L’8 febbraio, il dollaro si è apprezzato nei confronti dell’euro, quotando 1,2253 €/$;

    4. Il 9 febbraio, la produzione statunitense ha raggiunto i 10.271.000 b/g. Il Direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol, ha affermato che la “crescita esplosiva” delle estrazioni USA potrebbe protrarsi oltre l’anno corrente.

    Nel corso della seconda metà del mese, i prezzi hanno ripreso a crescere in virtù delle seguenti ragioni:

    1. Il deprezzamento del dollaro. Il 15 febbraio, il tasso di cambio euro/dollaro ha prezzato 1,2493 €/$, stimolando la domanda di commodities denominate nella valuta statunitense;

    2. Il calo delle scorte di petrolio nei paesi OCSE;

    3. L’aumento delle esportazioni petrolifere USA, le quali hanno approssimativamente raggiunto 2.000.000 b/g, il massimo da ottobre 2017;

    4. Il 23 febbraio, è stata interrotta la produzione del pozzo El-Feel, in Libia (-70.000 b/g), a causa di proteste;

    Durante gli ultimi giorni del mese, un nuovo apprezzamento del dollaro, il quale ha raggiunto il massimo mensile nei confronti dell’euro (1,2214 €/$ il 28 febbraio), in aggiunta alla crescita delle scorte USA (+3.020.000 barili nel corso dell’ultima settimana) hanno contribuito ad un calo dei prezzi.
    Il 12 febbraio, Il Ministro degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Al Mazrouei, l’attuale Presidente dell’OPEC, ha affermato che “Il petrolio di scisto sta per tornare sul mercato, e ci si attende che lo farà con maggiore forza rispetto al 2017; perciò dobbiamo essere vigili. Comunque, tutto considerato, non ritengo che causerà grandi distorsioni”.
    In verità, come messo in evidenza da Bloomberg il 18 febbraio, il problema principale dell’OPEC consiste nell’effettiva capacità dell’Organizzazione di stimare in maniera corretta le scorte al di fuori dei membri dell’OSCE, i quali già oggi contribuiscono per circa la metà dei consumi mondiali di petrolio e, secondo le più recenti stime, contribuiranno per l’80% della crescita della domanda nel 2018.
    È probabilmente per questa ragione che il Ministro del Petrolio saudita, Khalid A. Al-Falih, il 19 febbraio ha affermato che, “Se sarà necessario sbilanciare il mercato per un po’ di tempo, lo faremo”.

    di Demostenes Floros
  • Febbraio 2018

    Nel corso del primo mese del 2018, i prezzi del petrolio sono aumentati in quanto l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio – capitanati dall’Arabia Saudita – e i produttori non-OPEC – guidati dalla Federazione Russa – hanno rispettato i tagli produttivi ad un tasso del 125% a dicembre, in aumento rispetto al 122% del mese precedente. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 66,57 $/b e le ha chiuse a 69,05 $/b, mentre la miscela West Texas Intermediate ha aperto a 60,37 $/b, chiudendo a 64,73 $/b. Il 24 gennaio, il benchmark europeo e asiatico ha raggiunto i 70,75 $/b, record da gennaio 2014, mentre il riferimento americano ha toccato i 66,12 $/b il 26 gennaio, il massimo negli ultimi 37 mesi. Il modesto decremento dei prezzi del barile verificatosi nel corso dell’ultima settimana di gennaio è stato causato da un incremento del numero delle trivelle attive negli USA (11) e dalle scorte statunitensi (6.780.000 barili) quest’ultime, per la prima volta da novembre 2017. Nel complesso, il trend mensile ascendente del petrolio è stato determinato da un insieme di fattori economici e geopolitici, tra i quali:
    1. In conformità con i dati pubblicati dall’International Monetary Fund il 23 gennaio nel corso del Forum di Davos in Svizzera, l’economia mondiale si espanderà ad un tasso del 3,7% nel 2018, con l’effetto di supportare la domanda di “oro nero”. Infatti, in base alle stime rilasciate dall’International Energy Agency il 9 gennaio, la domanda globale di petrolio è prevista in aumento di 1.700.000 b/g, sia nel 2018, sia nel 2019, dopo essere cresciuta di 1.400.000 b/g nel 2017.
    2. In base ai dati settimanali diffusi dalla U.S. Energy Information Administration, le scorte americane di greggio sono calate da 424.462.000 barili il 29 dicembre 2017, a 411.583.000 barili il 19 gennaio 2018 (minimo da febbraio 2015), in virtù del più alto incremento del tasso di attività delle raffinerie registratosi durante l’ultimo decennio. Nello specifico, le scorte statunitensi sono calate per dieci settimane di fila, la serie temporalmente più lunga mai registrata (il massimo ammontare da dicembre 2014). Dopodiché, il greggio USA stoccato nei vari serbatoi e terminali del paese è balzato all’insù di 6.780.000 barili il 26 gennaio. Anche le giacenze commerciali OCSE sono diminuite, passando da 137.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni, agli attuali 133.000.000 barili.
    3. Secondo i dati mostrati dalla Commodity Futures Trading Commission, i fondi coperti hanno incrementato le proprie posizioni speculative nette sul WTI del 2,9% (496.111 contratti tra futures e opzioni) durante la settimana terminata il 23 gennaio, il massimo dal 2006. Nel contempo, le posizioni speculative nette sul Brent sono aumentate del 2,4% (584.707 contratti), record da sempre.
    4. In conformità con il Bloomberg Spot Dollar Index, il dollaro USA si è deprezzato per la settima settimana di fila, il declino più lungo dal 2010.
    5. Da ultimo, ma non per questo meno importanti, gli aspetti attinenti la geopolitica. Di fatto, i tumulti verificatisi all’inizio dell’anno in Iran (il terzo produttore OPEC), in aggiunta ai problemi economici del Venezuela che stanno avendo ricadute pesanti in termini di mantenimento dell’output e dell’export, hanno contribuito nel sostenere la crescita dei prezzi. In particolare, nel paese Latinoamericano, l’estrazione di petrolio ha raggiunto 1.160.000 b/g a dicembre, il minimo da 30 anni. Il deprezzamento del dollaro, in aggiunta al ruolo rialzista giocato dai fondi coperti, hanno concorso nel determinare il forte recupero del benchmark USA, facendo sì che il differenziale di prezzo Brent/WTI si restringesse a circa 4 $/b alla fine di gennaio, il minimo da agosto 2017. Nonostante i recenti incrementi di prezzo, i tagli decisi dagli estrattori OPEC e non-OPEC a novembre 2016 e rinnovati a novembre 2017 proseguiranno fino alla fine dell’anno corrente oppure si interromperanno a metà 2018 in virtù del conseguito ribilanciamento del mercato come paiono insinuare alcune voci di corridoio? Il 13 gennaio, il Ministro del Petrolio iracheno, Jabbar al-Luaibi, ha affermato: “Alcune fonti in varie parti del mondo sostengono che il mercato sia di nuovo in crescita, che i prezzi stanno salendo e che di conseguenza è giunto il momento di sospendere i tagli alla produzione. Si tratta di una conclusione errata, con cui non concordiamo”. Non ci rimane che attendere!

    di Demostenes Floros