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Sebastiano Fusco (Agenzia Nova) 22 Maggio 2015

Cina-Pakistan: l'alleanza che potrebbe cambiare il mondo

Con 27 miliardi Pechino punta a creare un "corridoio economico" tra il porto pachistano di Gwadar e la città cinese di Kashgar. Per accedere al Mare Arabico e bypassare il passaggio sullo Stretto di Malacca, minacciato dalla pirateria

Il presidente cinese Xi Jinping (D) e il il primo ministro pakistano Nawaz Sharif

Il presidente cinese Xi Jinping (D) e il il primo ministro pakistano Nawaz Sharif

 

 

Quarantasei miliardi di dollari rappresentano il prodotto interno lordo di un Paese come la Lituania.  A tanto ammonta la "modesat cifra" con cui il presidente cinese, Xi Jinping, si è presentato poche settimane fa ad Islamabad, per stringere una serie di accordi la cui portata geopolitica è tale da "modificare l’ordine mondiale", stando a quanto sostenuto dal "New York Times". La cifra, con 27 miliardi attivi già al momento della sigla, rappresenta l'investimento messo sul tavolo da Pechino per una serie d'imponenti progetti infrastrutturali destinati a creare il "corridoio economico sino-pachistano" (China-Pakistan Economic Corridor). Si tratta di ferrovie, autostrade e altre infrastrutture, comprese quelle energetiche, che collegheranno il porto pachistano di Gwadar con la città di Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang, a 3.200 chilometri di distanza. Gwandar siaffaccia sul Mare Arabico, la porzione dell’Oceano Indiano che, costeggiando l’India da un lato e il Corno d'Africa dall'altro, siincunea ai lati della penisola arabica, a destra col Golfo Persico, a sinistra col Mar Rosso. È una delle aree cruciali del mondo - il Medio Oriente e Nord Africa (Mena) - d'importanza fondamentale in particolare per la Cina, perché copre il 44 per cento delle importazioni di greggio di Pechino (ma anche il 66 per cento dell'India e il 75 per cento del Giappone).

 

L'importanza del corridoio sino-pakistano

Pechino non ha sbocchi sul Mare Arabico, fatto che costituisce una spina nel fianco per il Paese, perché gran parte delle merci in uscita ed entrata via mare devono attraversare l'Oceano Indiano e incunearsi nello Stretto di Malacca per raggiungere il Mar cinese meridionale ed i porti di Pechino. Attraverso lo Stretto di Malacca passano ogni giorno, sulle petroliere, oltre dieci milioni di barili di greggio. Per Pechino, si tratta di una situazione poco gradita. Lo stretto è una delle zone del mondo più minacciate dalla pirateria, con intere comunità che, da secoli, hanno nella predazione la principale attività remunerativa. Inoltre, la via d'acqua è costeggiata da Malesia e Indonesia, Paesi i cui regimi sono considerati instabili e che hanno con Pechino rapporti altalenanti. Il corridoio ferroviario e stradale destinato a collegare Kashgar con Gwadar muterebbe drasticamente la situazione per quanto riguarda i flussi di traffico che interessano l'Asia. I container, infatti, potrebbero raggiungere le coste del Pakistan via terra, su strada o ferrovia, per poi imbarcarsi su nave, evitando lo Stretto di Malacca. Per comprendere l'impatto sul trasporto marittimo, oggi una portacontainer che transita per lo stretto impiega 45 giorni dalla Cina al Medio Oriente, mentre dal porto di Gwadar ne impiega dieci. L’iniziativa del corridoio sino-pachistano si inserisce nella strategia cinese, definita "filo di perle" dagli analisti. Strategia che consiste nel consolidare partnership strategiche con gli stati rivieraschi asiatici disponibili, attraverso la cooperazione nel settore infrastrutturale e nel commercio, piazzando capisaldi lungo una linea marittima che collega il Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala, e poi all'Oceano Indiano e al Mar Rosso. In quest'ottica, Pechino ha insediato distaccamenti in porti tailandesi e birmani, nello Sri Lanka, in Bangladesh, nelle Coco Islands e per l'appunto a Gwadar, nel Beluchistan pachistano, e ne sta allestendo altri. Tutti punti d’appoggio cruciali per la Marina cinese, civile e militare, che Pechino sta potenziando straordinariamente. Sempre nella stessa logica, la Cina propone anche progetti di enorme respiro, come quello sottoposto nel 2010 alla Thailandia: il finanziamento con 30 miliardi di dollari di un canale, con annesso condotto petrolifero, attraverso l’istmo di Kra, che collega la Malesia al Ranong tailandese. Tale via d’acqua metterebbe in comunicazione il Golfo di Thailandia con il Mare delle Andamane, permettendo di evitare lo Stretto di Malacca e riducendo di 1.500 miglia la rotta navale. Un progetto paragonabile per importanza al nuovo canale fra Atlantico e Pacifico attraverso il Nicaragua, in alternativa al Canale di Panama.

 

I vantaggi degli accordi presentati da Pechino

Pechino propone questi progetti come opportunità vantaggiose per tutti. La Cina li offre in genere "chiavi in mano", cioè facendosi carico, oltre che dell'investimento, anche della realizzazione, mobilitando, quando necessario, migliaia di operai cinesi a sostegno delle maestranze locali, a cui viene offerto lavoro. Nel corridoio sino-pachistano, a Islamabad viene offerta l'opportunità di porsi come piattaforma regionale dei traffici commerciali tra Asia, Medio Oriente e Africa, in alternativa all'India. Il ministro pachistano per la Pianificazione, Ahsan Iqbal, ha affermato che il progetto "modificherà il destino della nazione" e Cina e Pakistan "trasformeranno la loro relazione da geopolitica a geo-economica". Inoltre, il progetto è visto come fonte di benessere, e quindi di stabilità, per due regioni che sono fonte di gravi preoccupazioni tanto per Pechino che per Islamabad: il Belucistan pachistano e lo Xinjiang cinese. Il primo, confinante con Afghanistan e Iran, è uno dei principali terreni di coltura dell’estremismo islamico. Il secondo, abitato dalla minoranza uighura di religione musulmana e lingua di ceppo turco, alimenta le principali minacce terroristiche per Pechino. La speranza dei due governi è che un migliorato tenore di vita possa allentare le tensioni che danno vita agli estremismi. Ogni medaglia ha il suo rovescio, e dal punto di vista geopolitico, le iniziative sino-pachistane ne hanno più d’uno. In primo luogo, l’aumento delle tensioni con l'India (potenza nucleare come Pakistan e Cina). La strategia cinese del "filo di perle" ha l'effetto di isolare sostanzialmente l'India rafforzando le relazioni commerciali cinesi con i vicini di Nuova Delhi, e assicurando a Pechino un’influenza economica che può facilmente trasporsi in condizionamento politico e militare. Le zone aeroportuali acquisite da Pechino hanno funzione di basi commerciali, ma aumentano anche la capacità della Marina militare cinese, in forte sviluppo, di utilizzarle come centri di approvvigionamento e di vigilanza delle rotte marittime. È comprensibile l’irritazione malcelata con la quale Nuova Delhi ha accolto la notizia degli investimenti cinesi, soprattutto dopo le aperture al dialogo emerse a seguito dell'elezione, l'anno scorso, del nuovo premier Narendra Modi. Non meno importante, per la stabilità della regione, è l’accelerarsi del distacco del Pakistan da quello che, almeno fino all'11 settembre 2011, era il suo alleato fondamentale, ovvero gli Stati Uniti. Pechino ha offerto in un colpo solo ad Islamabad più del triplo degli investimenti messi sul tavolo da Washington in dieci anni. Inoltre, gli aiuti Usa sono stati spesi soprattutto per forniture militari, e quindi a beneficio stesso di aziende statunitensi. Pechino, invece, sottolinea di finanziare il commercio e la crescita di zone considerate pericolose, tanto in Pakistan quanto in Cina. L’interscambio commerciale tra i due paesi, secondo i dati forniti dal governo cinese, ha superato lo scorso anno i 16 miliardi di dollari, compreso un accordo del valore di circa 5 miliardi di dollari per la vendita di otto sottomarini.

 

La posizione degli Stati Uniti

Sarà un caso, ma un paio di settimane dopo il viaggio di Xi Jinping a Islamabad, gli Stati Uniti hanno consegnato a "prezzo di favore" 14 aerei da combattimento, 59 addestratori e 374 veicoli per il trasporto truppe al Pakistan. Tecnicamente, i velivoli sono stati classificati dal Pentagono come "articoli di difesa in surplus", ma comprendono un vasto armamentario per i cacciabombardieri F-16: 500 missili aria-aria Amraam, bombe da 1.450 e 2.000 libbre, kit Jdam per bombe a caduta libera e 1.600 kit per la guida laser Enhanced Paveway, che al Pakistan sono costati in tutto 629 milioni di dollari. Islamabad ha pagato altri 298 milioni di dollari per 100 missili antinave Harpoon, 500 missili aria-aria a corto raggio Sidewinder e sette sistemi di difesa navale Phalanx. Il Pentagono ha inoltre consegnato a titolo gratuito 26 elicotteri Bell 412Ep, corredati delle componenti di ricambio e del servizio di manutenzione. Difficile che basti a riavvicinare Washington e Islamabad. Gli accordi del Pakistan con la Cina segnalano infatti le trasformazioni in corso nell'ordine mondiale. Negli Stati Uniti il piano cinese viene considerato come una sfida diretta. Oltre agli aiuti militari, Washington ha sovente fatto ricorso, in passato, agli aiuti internazionali per sostenere il governo pachistano. I cinesi hanno deciso invece di utilizzare una strategia diversa, cioè investimenti commerciali o prestiti, portandoli però su una scala molto più ampia di quella tentata dagli Stati Uniti. La strategia statunitense non ha portato molti risultati in termini di stabilità per la regione, ma non è detto che quella cinese ne porterà di maggiori. Il piano è ambizioso e, sulla carta, ben finanziato. Ma come in tutte le grandi opere, molte cose possono andare storte. Le montagne del Pakistan costituiscono una delle più difficili al mondo da controllare. Il Paese soffre di una cronica instabilità e il governo di Islamabad prevede la creazione di una nuova forza di sicurezza che, forte di migliaia di uomini, dovrebbe garantire l’incolumità dei numerosi lavoratori cinesi. Le forze di sicurezza di Islamabad, tuttavia, non si sono mai dimostrate molto efficaci nella prevenzione e nel contrasto al terrorismo.