Un passaggio inevitabile

Un passaggio inevitabile

Giancarlo Strocchia
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Intervista a Christoph Frei, Segretario generale del World Energy Council. Mentre le cancellerie mondiali sembrano far dipendere il destino energetico globale dagli esiti degli accordi sul petrolio, il mondo volge, inesorabilmente, lo sguardo verso modelli di produzione e consumo incentrati su altre fonti. Quale sarà il nuovo equilibrio?

Da qualche tempo Vienna sembra essere il centro dei destini energetici mondiali, e non solo. Dagli esiti dell’accordo OPEC sui tagli alla produzione petrolifera, tanto faticosamente raggiunto a novembre 2016, potrebbero dipendere le proiezioni di crescita economica globale. D’altro canto, una fetta estesa della comunità internazionale è sempre più intenzionata a difendere strenuamente i risultati di un altro accordo, quello raggiunto a Parigi nel corso della COP21, e che vuole salvaguardare il globo dall’acuirsi degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici. Al centro, una vasta schiera di istituzioni internazionali, tra cui, una delle più prestigiose è il WEC, il World Energy Council. Per questo ci è sembrato corretto, anche ai fini di una necessaria completezza informativa, chiedere in merito il parere autorevole di Christoph Frei, segretario generale dell’importante organizzazione internazionale, incontrato a Roma nel corso della presentazione del World Energy Scenarios 2016. A suo avviso, quali effetti avrà sul settore energetico globale il taglio alla produzione petrolifera previsto dall’ultimo accordo tra i paesi dell’OPEC e quale contrappeso potrà avere il ruolo dei produttori non-OPEC? Ritengo che sia necessario fare una distinzione tra prospettive di lungo e breve termine.  Guardando al breve periodo, dobbiamo osservare come, storicamente, i bassi costi petroliferi abbiano sempre favorito la crescita. Nello stesso modo, tale situazione comporta inevitabilmente anche degli svantaggi: in periodo di quotazioni contenute, i Paesi produttori ne risentono, con conseguenze dirette e indirette sull’economia globale. Si tratta di un fenomeno a cui abbiamo già assistito, ed è per questo che credo sia nell’interesse mondiale la possibilità di individuare un prezzo equilibrato. Ritengo che le misure poste in essere fino ad ora siano state attuate a questo scopo, e in qualche misura sembra che stiano funzionando. La stessa situazione, a mio avviso, se valutata sulla lunga distanza, assume connotazioni negative. I prezzi bassi, soprattutto quando coinvolgono economie centrate prevalentemente sulle risorse energetiche, incidono sulla possibilità di investire e sostenere i consumi, e quindi sulla crescita globale.

Spesso l'azione dell'OPEC è stata ostacolata da prese di posizione assunte in seno alla stessa Organizzazione. Quali sono stati gli elementi che questa volta che hanno consentito il raggiungimento dell'intesa?

Porterei l’attenzione sui due principi fondamentali che, secondo me, hanno reso l’OPEC un cartello di successo.  Innanzitutto, quello più scontato e prevedibile: riducendo la produzione complessiva di greggio il prezzo è aumentato immediatamente. Ma ce n’è uno ancora più importante, che deriva da un modello elaborato da un economista di nome Hotelling. Limitando il volume della produzione, non solo si riscontrano effetti positivi sul breve periodo, ma anche nel lungo termine, perché si prevede che il valore marginale aumenti grazie all’intervento dell’innovazione e di altri fattori esterni. Immaginando ora di applicare questa situazione a un contesto di riserve bloccate, l’utilità marginale delle risorse non aumenta più, anzi, avviene il contrario. Per questo la comunità internazionale è incentivata ad aumentare le riserve petrolifere, quanto più rapidamente possibile. E ciò va contro la logica dei prezzi.  Da un lato, nel breve periodo, c’è un forte interesse globale nel mantenere un certo equilibrio. D’altro canto, tali dinamiche sembrano implicare chiaramente che nel lungo periodo non sussistano le basi affinché i prezzi del petrolio continuino ad aumentare. L’OPEC e molti altri Paesi stanno cercando di affrontare seriamente questa situazione. Abbiamo visto come l’Arabia Saudita stia riorganizzando la propria politica, e penso sinceramente che il futuro si prefiguri molto diversamente rispetto a quanto ci sia stato fatto vedere in passato, anche con l’OPEC.

A prescindere dagli accordi raggiunti, secondo lei quale ruolo giocheranno, nella formazione dei prezzi del greggio, i Paesi ad alto fabbisogno energetico, come, ad esempio, India e Cina?

La Cina si è dimostrata molto attiva ultimamente, investendo principalmente nelle rinnovabili e mettendo in atto, secondo uno schema che io ritengo armonioso, una serie di misure possibili per combattere la povertà energetica che affligge circa un miliardo di persone. Attualmente Pechino sta cercando di prendere le distanze dal carbone, aumentando complessivamente i livelli di efficienza energetica, riducendo l’incidenza dell’energia idroelettrica, e affrontando tutta una serie di problemi in maniera più consapevole. Perciò prevedo che la Cina possa ricoprire, in futuro, un ruolo sempre più importante, sia a livello nazionale che internazionale. L’India, dal canto suo, sembra invece essere rimasta indietro, seppur stia iniziando a considerare l’energia solare come un’opportunità. Il ''re carbone'' domina ancora nel Paese, ma penso che il solare si stia facendo strada, ovviamente insieme ai nuovi modelli di business che abbiamo visto usare altrove.  Queste nuove opportunità cambieranno lo scenario anche in altri Paesi, oltre a Cina e India, basti pensare all’Africa. Per quanto riguarda i Paesi emergenti, l’interrogativo è diverso, ed è lo stesso che ci siamo posti anche in passato: è possibile immaginare un balzo in avanti nel settore energetico? Negli anni scorsi si è sempre pensato che non sarebbe stato possibile. Tuttavia, ora i modelli di business dimostrano che potrebbero sussistere delle concrete possibilità per questi Paesi, che non dispongono ancora delle infrastrutture necessarie, di compiere un vero e proprio salto di qualità.

Christoph Frei

Christoph Frei

È Segretario generale del World Energy Council dall'aprile del 2009. È Adjunct Professor presso l'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Losanna (EPFL) ed è membro del World Economic Forum's Global Agenda Council on Energy Security.

Uno scenario energetico, quindi, che si muove tra un riequilibrio del mercato petrolifero e la spinta, sempre più forte, a quella che viene indicata come una inevitabile transizione verso fonti differenti e rinnovabili.

Anzitutto, dallo scenario globale risulta chiaro che il processo di transizione sia già in atto, diversamente da quanto avremmo potuto prevedere solo tre anni fa. Se dovessi riassumere in quattro punti chiave il contesto attuale e i cambiamenti nel panorama energetico globale, direi prima di tutto che stiamo vivendo un periodo di crescita completamente diverso dal passato. Finora abbiamo assistito a una realtà caratterizzata da una crescita economica costante e da prospettive di sviluppo positive per qualunque tipo di attività. In seguito alla brusca frenata della crescita demografica il fabbisogno energetico pro capite raggiungerà il suo picco prima del 2030. Ciò non va inteso come una crescita diffusa in tutto il settore energetico. Il gas e l’energia elettrica sono due componenti chiave che stanno continuando a crescere, ma il picco interesserà piuttosto settori quali il carbone e il petrolio, ed è qui che il fabbisogno finale pro capite aumenterà. Penso che questo sia il primo punto. Secondariamente, stando alle statistiche sulla crescita, tre sono i principali fattori che possono guidarci verso il cambiamento. Il primo è la decarbonizzazione, ossia un’accelerazione del processo tale da condurre la percentuale globale dall’1 al 6 percento, così da evitare che la temperatura del pianeta superi la soglia ''critica'' dei due gradi di aumento.  Il piano di decarbonizzazione implica ovviamente che alcuni Paesi debbano fare i conti con il fenomeno delle risorse bloccate, come affermato precedentemente, quali il carbone e il petrolio. Ma il processo di decarbonizzazione si lega inevitabilmente anche alle politiche attuate nell’ambito degli accordi mondiali per il commercio, e non solo. Il secondo fattore di rilievo è costituito da un nuovo modello di business, e ritengo che questo sia l’argomento di maggiore interesse per le imprese. Concetti come la decentralizzazione, il passaggio completo al digitale e la questione del costo marginale pari a zero si innestano naturalmente sulla questione energetica. Si aggiunga poi il fatto che, al giorno d’oggi, non vi sono grossi ostacoli per l’accesso al mercato dei vari tipi di energia, diversamente dal passato. Il terzo fattore che incide sulla crescita della domanda energetica è la resilienza. Quali sono i rischi dei cyber attacchi per il settore energetico? I cambiamenti registrati in tale contesto sono a dir poco drammatici, e molto lavoro è stato fatto per capire come prepararsi al meglio in caso di avversità climatiche. Ritengo che siamo di fronte a un periodo di transizione davvero significativo, in un panorama caratterizzato da un tipo di crescita diversa e guidato dalla decarbonizzazione, con nuovi modelli di business e nuovi rischi che richiedono grandi capacità di resistenza alle avversità.

Qual è, a suo avviso, il modo migliore di reagire di fronte a mutamenti così rapidi? Il mondo dell'energia è preparato a fronteggiare tutto questo?

L’unica soluzione per rispondere alla rapidità dei cambiamenti e alla nube di incertezze consiste nell’analisi del portfolio a disposizione, che garantisce una maggiore flessibilità, permettendo di rivolgersi a competenze necessarie in tale frangente. La situazione attuale esprime una complessità mai avvertita precedentemente. Quindi, la chiave di tutto è rivolgersi a talenti capaci di comprendere i tre fattori alla base del cambiamento in un contesto così diverso e di prendere le giuste decisioni di conseguenza. Sviluppare il talento non è un fattore di poco conto. E credo che sia necessario mettere in atto tutte le misure possibili per assicurare la leadership e sviluppare il terreno necessario per far fronte a questa fase di transizione. Ritengo che tutti gli sforzi debbano andare in questa direzione.

Secondo lei quale ruolo potrebbero svolgere le maggiori istituzioni nazionali e internazionali, come la stessa OPEC, in un contesto simile?

Per quanto riguarda le istituzioni, il World Energy Council ha stilato delle previsioni che ci permettono di comprendere meglio il loro ruolo e, per sintetizzare, posso dire che il futuro che ci attende non è perfetto, ma potremmo assistere al raggiungimento di molti obiettivi di natura energetica. In particolare, maggiore sarà l’innovazione tecnologica, a livello di efficienza energetica, più veloce sarà il processo di avanzamento del cambiamento. Se invece si costruiscono delle barriere commerciali, potrebbe ingenerarsi un processo completamente opposto.  Per questo motivo, il primo compito delle istituzioni è quello di assicurarsi che tali tecnologie siano diffuse in maniera efficiente e capillare. In secondo luogo, le istituzioni non devono sottovalutare l’importanza dei progressi continui, né prendere le distanze dagli accordi sul clima. Le decisioni prese a Parigi rappresentano soltanto un terzo di quanto sia realmente necessario fare per rispettare la soglia dei due gradi di aumento della temperatura globale. Credo sia di fondamentale importanza prendere atto di questa realtà. Molti progressi sono stati fatti, ma il processo è ancora in corso ed è parte di un cammino ben più lungo di cui ancora non riusciamo a intravedere la fine. Terzo punto: se si considerano le soluzioni a livello di resilienza, ad esempio le sfide e il fatto che dobbiamo condividere le risorse più ecologiche ed efficienti, l’integrazione regionale rappresenta una componente rilevante, per cui è importante avere l’appoggio delle istituzioni internazionali, lavorare con le banche dello sviluppo e con i governi dei vari Paesi per promuovere l’integrazione.