Parola d'ordine, diversificazione

Parola d'ordine, diversificazione

Giancarlo Strocchia
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Nell'intervista al Ministro del Petrolio del Bahrain, Shaikh Mohammad Bin Khalifa Bin Ahmed al Khalifa, si confermano le incertezze che ancora gravano sui mercati petroliferi anche a fronte delle vaghe prospettive di intesa sulla produzione. Intanto Manama continua a puntare sul settore degli idrocarburi per sostenere il suo sistema economico

Il Medioriente sta mutando pelle. Le condizioni economiche del passato stanno progressivamente cambiando fisionomia, con il settore degli idrocarburi che non può più sostenere l’intera economia della regione a fronte dell’attuale livello delle quotazioni del greggio. Ne è profondamente consapevole anche Sua Altezza Shaikh Mohammad Bin Khalifa Bin Ahmed al Khalifa, ministro del Petrolio del Bahrein, che tratteggia con grande oculatezza lo scenario energetico globale, analizzandone gli equilibri, oggi più di ieri contraddistinti da grande incertezza.

Sua Eccellenza, il mondo sembra andare nella direzione di una transizione energetica, che vedrà impiegate in maniera crescente le fonti alternative, oltre ai combustibili fossili. Come giudica questa prospettiva e quali sono le sue previsioni in merito?

Prendendo in esame il settore petrolifero globale, il consumo complessivo ammonta a quasi 100 milioni di barili al giorno. Nonostante la generale frenata registrata dall’economia globale, l’incremento prosegue: soltanto il consumo di petrolio, in quanto principale fonte di energia, ha fatto registrare un aumento pari all’1,6%. Dal canto suo, la situazione del settore della produzione petrolifera rimane immutata, senza nessun intervento. Diversamente da quanto avviene nelle raffinerie, si sa che la capacità di produzione a volte può ridursi a 100.000 barili al giorno. Nel caso dei pozzi, la produzione subisce addirittura un declino quasi naturale, secondo una media annua che può aggirarsi intorno al 5%. Quindi, in assenza di investimenti, alla fine di ogni anno, la produzione diminuirebbe di almeno il 5%. Prendendo in considerazione i dati attuali – ipotizzando quindi una produzione di circa 100 milioni di barili al giorno – se si perde il 5% all’anno senza procedere ad investimenti, significa che ogni anno si perdono 5 milioni di barili al giorno. Ma non solo, si sta verificando anche un aumento della domanda dell’1,5%, una percentuale che, su 100 milioni di barili, corrisponde a ben 1,5 milioni di barili al giorno. Quindi, si devono trovare 6,5 milioni di barili al giorno, ogni anno, soltanto per coprire la domanda in aumento. Anche questo fenomeno rappresenta una sfida continua. L’attuale problematica che interessa le basse quotazioni del petrolio è stata determinata da alcune questioni che riguardano lo scisto, dall’Arabia Saudita e dall’OPEC. Il gas di scisto ha sorpreso tutti, e gli Stati Uniti in pochissimo tempo sono riusciti a produrne 4 milioni di barili. Ma da allora, e dal crollo del prezzo del petrolio, gli investimenti sono scomparsi. Purtroppo questa questione presenta numerose criticità, ed è necessario trovare alternative per risollevare la crescita, che, d’altra parte, non rappresenta l’unica sfida. C’è anche la questione della riduzione della fornitura. E le scoperte non sono molte. L’Eni è una delle società di maggior successo, ma sta scoprendo gas, non petrolio. Perciò il petrolio rimane una risorsa piuttosto scarsa. Sebbene il gas di scisto stia aprendo nuovi scenari, non se ne conosce veramente la portata. Abbiamo inoltre assistito alla riduzione degli investimenti, e gli Stati Uniti potrebbero perdere fino a un milione di barili in termini di produzione, per cui il Paese non può sostentarsi da solo con i prezzi del petrolio così bassi. Stiamo affrontando molte sfide e la situazione non è affatto semplice. E i bassi prezzi del petrolio peggiorano solo le cose. Gli investimenti si stanno riducendo, e ciò significa che il problema diventerà ancora più gravoso in futuro.

Gli equilibri energetici mondiali stanno gradualmente cambiando. Gli Stati Uniti hanno quasi raggiunto l'indipendenza energetica, l'Europa cerca nuove fonti di approvvigionamento e sembra che, negli anni a venire, saranno in particolare i paesi non OCSE, come l'India, a guidare il mercato. Di fronte a questo scenario, quale sarà il ruolo del Medioriente e in particolare del suo paese?

Il Medioriente continua ad essere il centro dell’energia prodotta da idrocarburi e presto acquisirà un ruolo di leadership anche per quanto riguarda i prodotti raffinati. L’Arabia Saudita ha infatti investito massicciamente nelle grandi raffinerie. Il Bahrein possiede una delle maggiori e più antiche raffinerie dell’area, quindi diventeremo un esportatore netto di energia nel settore degli idrocarburi. Gli altri Paesi esportano prodotti grezzi, raffinati e petrolchimici. La regione del Medioriente diventerà il fulcro di questo mercato energetico e penso che ampliare i propri orizzonti verso l’Asia abbia contribuito a farlo crescere. Rimane il fatto che se anche la crescita della domanda di petrolio rallentasse, resterebbe il problema della fornitura, perché i prezzi del petrolio rimangono ancora troppo bassi e gli investimenti sono cessati, con la conseguenza che anche la disponibilità di greggio è calata. Quindi, la fornitura non resta costante. Riuscire a trovare una soluzione per quella parte di produzione andata persa rappresenta invece una possibile prospettiva di crescita. È qui che si tocca con mano la differenza dei vari settori, nella produzione upstream. Occorre anche affrontare con urgenza il problema del calo della produzione.

Secondo lei, in un tale scenario, quale sarà il ruolo del gas in questa sorta di processo di transizione verso un modello energetico più sostenibile?

Il gas è il combustibile favorito per quanto riguarda la produzione di elettricità e resta ancora da verificare la possibilità di ricorrervi anche per il settore dei trasporti. Alcuni paesi, come per esempio l’Egitto e il Pakistan, hanno introdotto gli impianti di GNC (Gas Naturale Complesso) nelle città, e Dubai sta già sperimentando questa risorsa, ma non si può ancora definirlo un combustibile per i trasporti. La sfida maggiore riguardante il gas è il suo trasferimento a fini di esportazione. Sono necessarie delle infrastrutture molto costose. E penso che con il tempo ci saranno più porti che potranno facilitare l'importazione di GNL. Ovviamente il problema è che il costo per i trasporti è pari a due terzi di quello della materia prima. Quindi la questione è che si spende più per il trasporto rispetto alla materia prima in sé. Eppure, come detto, a mio avviso resta ancora la risorsa privilegiata per la produzione di elettricità.

Dall'incontro OPEC di Algeri è scaturita una base d'accordo per la riduzione della produzione di greggio tale da favorire la ripresa delle quotazioni. Quali speranze, se così vogliamo dire, ripone rispetto a questa intesa?

Il Bahrein è un piccolo produttore. Non siamo membri dell’OPEC. Penso che la posizione dell’Arabia Saudita è stata chiara a riguardo sin da subito: non dipende solo da Riyadh se il mercato registra un eccesso di offerta, che in realtà dovrebbe essere imputato allo scisto. Se si guarda a come si è diffuso il greggio di scisto, si noterà che ciò è avvenuto proprio dopo il 2008, quando l’America era nel pieno della crisi finanziaria. In quel periodo gli Stati Uniti avevano adottato il programma di quantitative easing e stavano stampando molta carta moneta. Dalle informazioni che ho ricevuto da una grande banca statunitense, molto di quel denaro, in realtà, è confluito proprio nel mercato dello scisto, contribuendo alla sovrapproduzione di petrolio e causando così una saturazione della fornitura. Ora l’OPEC sta cercando di calmare le ansie dei mercati affermando che stiamo assistendo a un congelamento della fornitura. La sfida maggiore, attualmente, è rappresentata dal fatto che l’Iran non vuole stare a questo gioco, dicendo di voler usufruire di un’esenzione. E l’Arabia Saudita non accetta più questa situazione, perché non vuole essere l’unico giocatore a tenere le redini in questo momento. Tutti devono contribuire. Penso che questa sia una posizione chiara e legittima. L’OPEC non è stata istituita per guidare i mercati e costituire un cartello dei produttori. Ritengo sostanzialmente che debba essere il mercato, liberamente, a determinare il prezzo del petrolio.

Passando al suo paese, nell'attuale contesto economico, come si pone il settore dell'energia e degli idrocarburi rispetto ad altri settori quali ad esempio il turismo, la finanza e i servizi?

Il settore degli idrocarburi rappresenta approssimativamente il 20% dell’economia del mio Paese. Il Bahrein ha scelto di diversificare la sua economia, abbandonando il petrolio, ma il governo fa ancora molto affidamento sugli introiti provenienti da questa risorsa. L’indotto di questo settore non produce soltanto petrolio. La produzione autoctona dei gas alimenta altri settori come quello dell’alluminio. Possediamo una delle più grandi fonderie, Alba, che utilizza il gas che produciamo. Abbiamo impianti di fertilizzazione e di metanolo. Contiamo ancora su una forte produzione di petrolio e sulle nostre raffinerie; la logistica e la commercializzazione giocano ovviamente un ruolo fondamentale, e inoltre stiamo cercando di aumentare gradualmente il business degli impianti di gas e molto altro ancora. Tutto ciò contribuisce all’economia per circa il 20%, in aggiunta al settore del petrolio. Il Bahrein quindi ha un’economia abbastanza diversificata, ma riguardo le entrate del governo, non abbiamo un sistema di imposizione fiscale. Il petrolio rimane ancora una delle più importanti risorse economiche per il Paese.