Il prezzo del petrolio ancora instabile. E la Cina limita le estrazioni

Il prezzo del petrolio ancora instabile. E la Cina limita le estrazioni

Emilio Fabio Torsello
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In attesa della riunione OPEC del 30 novembre prossimo, il barile torna alle quotazioni di tre mesi fa. Il Messico annuncia una gara per la gestione di 14 siti onshore nel 2017

Il prezzo del petrolio continua a non godere di alcuna stabilità, vittima dei timori per un possibile mancato accordo tra i Paesi OPEC (e non-OPEC) durante la riunione del 30 novembre prossimo. Il barile, infatti, si attesa su valori di mercato simili a quelli di tre mesi fa, annullando del tutto l’effetto annuncio visto subito dopo l’incontro di Algeri, quando i Paesi produttori avevano parlato di un possibile accordo per ridurre l’output di un milione di barili al giorno. Qatar, Algeria e Venezuela gli Stati che più di tutti – insieme all’Arabia Saudita - negli ultimi mesi hanno fatto pressione perché si raggiungesse un’intesa. E, al di là delle dichiarazioni di intenti, sono ancora troppi i Paesi che invece continuano a estrarre e immettere petrolio sul mercato senza sosta: primo su tutti l’Iran - da poco uscito dal regime di sanzioni internazionali e ormai prossimo al milione di barili prodotti al giorno - seguono poi Iraq, Nigeria, Kazakhistan, Russia e Libia (da poco tornata sul mercato), solo per citarne alcuni. Situazione che certo non facilita un possibile accordo per il taglio dell’output di greggio.
In controtendenza invece la Cina, che a ottobre è tornata sui livelli estrattivi del 2009: 3,78 milioni di barili al giorno, quasi 4 milioni in meno rispetto al mese precedente. Alla base di questa frenata, secondo alcuni analisti, proprio la volatilità dei prezzi che non incentiva le aziende ad estrarre petrolio.
Sul fronte del mercato e delle concessioni, infine, il Messico ha annunciato che nel 2017 metterà a gara ben 14 siti estrattivi onshore, dove sarà possibile iniziare attività di ricerca.