I prezzi del petrolio al ribasso rallentano la crescita dei Paesi del Golfo

I prezzi del petrolio al ribasso rallentano la crescita dei Paesi del Golfo

Elisa Maria Giannetto
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Nei Paesi del Golfo Persico, i più ricchi di energia, i cittadini hanno lungo goduto di un regime di esenzione dalle imposte e ingenti sovvenzioni, ma il crollo dei prezzi del petrolio ha scatenato tagli e la ricerca di nuove entrate

Con il crollo dei prezzi del petrolio dal 2014, il regime di agevolazioni fiscali e di sussidi a carburanti fossili che ha caratterizzato i Paesi del Golfo Persico sarà presto un ricordo. Il Consiglio dei ministri saudita ha infatti approvato l’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto, in linea con le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale per ridurre il deficit di bilancio.
Si tratta di un prelievo del 5% da applicare su alcune merci stabilite da un precedente accordo tra i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar), tra cui tabacco, bevande analcoliche ed energia.
L'Arabia Saudita è il maggior esportatore di petrolio al mondo e la più grande economia nella regione araba. Ma come ha riportato recentemente il Fondo Monetario internazionale, la crescita economica del Regno si attesterà intorno allo 0,4% nel 2017 in calo rispetto all'1,4% registrato precedentemente. Per questo, il Regno sta attuando diversi tagli alla spesa pubblica alla ricerca di nuove entrate per pareggiare il bilancio entro il 2020.
I prezzi del petrolio intanto continuano la loro discesa per il secondo giorno consecutivo nel tentativo di compensare l’aumento dell’attività di perforazione negli Stati Uniti. Oggi il Wti cede lo 0,27% e arretra a 52,90 dollari e il Brent perde lo 0,36%, scendendo a 55,16 dollari. Secondo gli esperti, non sembrano esserci elementi che lascino presagire nell’immediato né un’accelerazione verso la soglia dei 60 dollari, né un calo intorno o sotto i 50. Ma le notizie in arrivo dal mercato del petrolio sono contrapposte: da un lato l’Arabia Saudita ha tenuto fede all’impegno di tagliare la produzione, esattamente di 486.000 barili al giorno. D’altro canto, negli USA salgono vertiginosamente i pozzi riattivati per le estrazioni. Il loro numero è aumentato di ben 15 unità, al 20 gennaio scorso, quale reazione delle compagnie petrolifere americane alla risalita dei prezzi. I calcoli dell’Agenzia energetica internazionale parlano di una crescita della produzione USA di 320.000 barili al giorno nel 2017. Dall’altra parte del mondo, dopo una serie di battute d'arresto e passi falsi, anche la Libia è tornata a produrre petrolio a pieno ritmo: ha già raggiunto i massimi livelli dal 2014. Nonostante tutti questi elementi, permane un clima di ottimismo nel mercato: si dovrebbe assistere a una progressiva sparizione dell’eccesso di offerta che perdura dalla metà del 2014, quando è iniziato, in effetti, il crollo dei prezzi.