Opec: i primi segnali di una nuova strategia

Opec: i primi segnali di una nuova strategia

Elisa Maria Giannetto
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Con i prezzi in caduta libera, i produttori statunitensi mettono al riparo i loro investimenti mentre l'Opec cerca di cambiare strategia

Solo sotto la soglia dei 36 dollari al barile, i produttori statunitensi potrebbero essere incentivati a frenare l’attività estrattiva. Con il petrolio ai minimi da oltre tre mesi e le scorte che continuano a salire, i petrolieri Usa si sono già messi al riparo da probabili perdite, scegliendo di bloccare i rendimenti futuri con contratti a prezzo garantito per i prossimi anni. Dopo essere sopravvissuti ad uno dei peggiori crolli della storia, quello del biennio 2014-2016, secondo Michael Webber, vice direttore della Energy Institute di Austin in Texas, "lo spirito del cowboy è tornato: stiamo assistendo ad un boom della produzione in Texas, nonostante quello che sta accadendo ai prezzi negli ultimi tempi". Il numero di impianti di perforazione negli Stati Uniti è quasi raddoppiato toccando quota 617. Un’attività intensiva che non sembra destinata ad arrestarsi e che sta spingendo l’Opec a rifocalizzare la propria strategia. L’Arabia Saudita ha già lanciato un primo avvertimento: passare dai tagli alla produzione ai tagli alle esportazioni. Nel bollettino mensile Opec, diffuso ieri, le cifre trasmesse da Riad indicano una brusca marcia indietro nei tagli produttivi sauditi, con l’output risalito a febbraio di ben 263.300 barili al giorno. Mentre altri dati tratti da fonti secondarie - adottate dal gruppo per verificare la disciplina dei Paesi membri - registrano invece un calo giornaliero di 68.100 barili. La discrepanza tra i numeri ha contribuito ad accrescere le inquietudini sul mercato rendendo l’andamento dei prezzi "schizofrenico". Ad aggiungere confusione, la nota che il ministero del Petrolio saudita ha diramato, sempre nella giornata di ieri, per spiegare che "la differenza tra quanto il mercato osserva come produzione e i reali livelli di fornitura in ciascun mese è dovuta a fattori operativi influenzati da aggiustamenti delle scorte e altre variabili". Ma secondo gli esperti, le cifre comunicate dai sauditi potrebbero essere una sorta di avvertimento agli alleati meno rispettosi dei patti, come la Russia o l’Iraq, troppo lenti a tagliare la produzione: questo proposito il ministro dell’energia saudita, Khalid Al Falih, aveva dichiarato pochi giorni fa che Riad "non permetterà di farsi usare dagli altri". Adesso però la priorità per gli analisti è quella di ridare vitalità ad un mercato del petrolio che mostra sempre più evidenti segnali di stanchezza.