La crisi del Mare del Nord non è solo produttiva, è anche economica

La crisi del Mare del Nord non è solo produttiva, è anche economica

Elisa Maria Giannetto
Condividi
Uno studio indipendente inglese mette in luce le difficoltà dei produttori petroliferi, per la prima volta in rosso con l'erario

Ricordate il Mare del Nord? A partire dagli anni ottanta questo spicchio di mare gelido è stato l’epicentro di una vera e propria rinascita petrolifera che ha seppellito sotto miliardi di barili le crisi degli anni Settanta, dando letteralmente la spinta al boom dell’Inghilterra thatcheriana e mettendo la Norvegia sulla mappa dei maggiori produttori di petrolio. Dopo quasi quarant’anni di onorato servizio, i sudditi di Sua Maestà stanno iniziando a fare i conti con giacimenti in declino e con un intero comparto produttivo che fatica a far quadrare i conti, soprattutto da quando il prezzo del petrolio si è inabissato. Uno studio, pubblicato dal sito specializzato CarbonBrief, dimostra come il drastico calo dei prezzi abbia impattato sugli operatori britannici di petrolio e gas tanto da causare, nel 2016, una perdita netta per l’erario di 396 milioni di sterline. Un dato clamoroso se si considera che solo nel 2011, un anno in cui il prezzo del greggio veleggiava in media oltre i 100 dollari al barile, i proventi delle attività petrolifere nel Mare del Nord generavano oltre 10 miliardi di sterline a beneficio del bilancio statale. Il perché di questa perdita d’introiti lo spiega il direttore di CarbonBrief, Simon Evans secondo cui ''le compagnie petrolifere che ultimamente operavano in perdita si sono avvalse di sgravi fiscali per recuperare parte delle tasse pagate negli anni scorsi'', quando per l’appunto le quotazioni erano ai massimi storici. Un altro fattore determinante nella composizione di questi 396 milioni è rappresentato dagli sgravi fiscali che la Shell otterrà per il decommissioning delle gigantesche piattaforme d’estrazione del giacimento simbolo del Mare del Nord, il Brent. Un lavoro titanico, con un costo a carico dei privati stimato dall’autorità britannica per il gas e il petrolio di circa 47 miliardi di sterline fino al 2050. Lo studio di CarbonBrief certifica che Shell, BP, Exxon, Sinopec e Hess, per questi e altri lavori di bonifica, nel biennio 2014-15 riceveranno dai contribuenti inglesi oltre 1 miliardo di sterline. Sempre nel Mare del Nord, il temporaneo blocco per attività di riparazione al terminal del giacimento Buzzard da 180 mila barili al giorno, ha contribuito in tandem con un imprevisto calo degli stock statunitensi, al raggiungimento delle quotazioni massime nell’ultimo mese, con il Brent in rialzo del 2% fino a toccare quota 54.17 dollari al barile. Con questo quadro macroeconomico, favorito dal protrarsi del congelamento produttivo deciso dall’OPEC, il prezzo, secondo l’analista di UBS Giovanni Staunovo, dovrebbe salire ''oltre i 60 dollari entro tre mesi''. Musica per le orecchie degli operatori del Mare del Nord, e non solo.