L'isola che non c'è fa tremare il mercato del petrolio

L'isola che non c'è fa tremare il mercato del petrolio

Elisa Maria Giannetto
Condividi
Il mare del sud-est asiatico potrebbe essere il prossimo punto caldo della geopolitica internazionale, destinato ad influenzare i prezzi del petrolio

Ci sarebbe un lembo di mare dietro le tensioni tra Usa e Cina che fanno tremare il mercato del petrolio. Si tratta di tre milioni e mezzo di chilometri quadrati di oceano nel Mar Cinese meridionale attualmente rivendicati da Cina, Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan e a cui gli Stati Uniti si oppongono fortemente. Le rivendicazioni maggiori provengono dalla Cina che parallelamente, con un’operazione discutibile, starebbe spostando sabbia dal fondo del mare per realizzare grandi isole artificiali a fini militari. Anche se sono le motivazioni economiche del governo Xi a destabilizzare maggiormente gli equilibri internazionali. La zona infatti è ricca di minerali e risorse naturali: secondo le stime dell’EIA, in queste acque si trovano 11 miliardi di barili di petrolio e 5,4 miliardi di metri cubi di gas naturale. Inoltre, il Mare Cinese meridionale rappresenta la seconda principale rotta commerciale del mondo intero. Oltre il 50% di tutto il carico mercantile del pianeta passa attraverso gli stretti di Malacca, di Lombok e di Sunda che lo delimitano. Secondo il sito di monitoraggio dei prezzi del petrolio, TankerTrackers.com, "da qui passano più di 15 milioni di barili di petrolio al giorno, che viaggiano su navi cisterna provenienti dal Golfo Presico verso la Cina, il Giappone, la Corea del Sud Taiwan''. E anche 170 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto attraversano queste acque ogni anno. Se questo tratto venisse bloccato i rifornimenti di petrolio e GNL ne risentirebbero, e i prezzi salirebbero alle stelle. Condizionando tutto il mercato globale.  Siamo chiaramente difronte ad una torta che fa gola anche ai grandi big del petrolio: Exxon, così come Gazprom e Rosneft, puntavano ai giacimenti offshore di petrolio e gas dell’area. Ma nessuno è pronto a dividere la fetta. E c’è chi pensa che proprio per difendere gli interessi dei petrolieri, Rex Tillerson, Segretario di stato Usa, abbia scelto la linea dura: ''alla Cina dovrebbe essere impedito l’accesso alle isole artificiali costruite nel mare cinese meridionale'' ha dichiarato recentemente. Mentre  Sean Spicer, l’addetto stampa della Casa Bianca, ha aggiunto che “gli Stati Uniti proteggeranno i propri interessi in quell’area e cercheranno di capire se quelle isole si trovino in acque internazionali e non siano affatto proprietà cinese''. Intanto i prezzi del petrolio sembrano attestarsi in una zona definita ''pericolosa'' dall’Eia. Con un prezzo fermo sui 52 dollari al barile ed è più probabile che scivolino al ribasso invece che tentare una risalita. Gli fa da contraltare David Seaburg, responsabile del trading vendite di Cowen&Co., con una previsione più ottimista basata sulla tenuta dei prezzi del petrolio, nonostante l’aumento delle riserve Usa e la ripresa dell’attività estrattiva. Il vero interrogativo rimane dunque quello sulla tenuta dell’accordo Opec nel medio e lungo periodo. Secondo gli ultimi dati della S&P Global Platts, società che controlla la produzione mensile dell'Opec, all'inizio di questa settimana i membri firmatari dell’accordo hanno raggiunto il 91 per cento dei loro tagli rispetto ad ottobre, riducendo la propria produzione di circa 1,14 milioni di barili al giorno. Ma i buoni risultati raggiunti, ottenuti in particolare grazie all’Arabia Saudita, potrebbero portare alcuni Stati a dormire sugli allori.