Una questione di rispetto delle regole

Una questione di rispetto delle regole

Elisa Maria Giannetto
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Secondo il direttore della Iea i prezzi del petrolio nel 2017 saranno caratterizzati dalla parola ''volatilità''. La reazione degli Usa è quella di spingere sulla produzione mentre l'Asia tocca il suo livello più basso

Il gioco della volatilità. Fatih Birol, direttore della IEA, definisce così il percorso che il prezzo del petrolio seguirà nel 2017 nel tentativo di recuperare gli scarsi risultati degli ultimi tempi. Il campo di gioco sul quale si muoverà è internazionale, le regole sono chiare e stabilite per tutti ma rimane l’interrogativo su quanti Stati saranno tentati dalla possibilità di barare. Ci troviamo di fronte ad un mercato che viene facilmente e velocemente plasmato dalle scelte e dagli atteggiamenti del momento. Oggi, ad esempio, il prezzo del petrolio è il risultato della volontà dell’Arabia Saudita di rispettare rigorosamente i tagli alla produzione promessi in seno all’accordo OPEC, trattenuto però dall’aumento dell’output degli Stati Uniti e dallo scetticismo degli investitori sul rispetto degli impegni nella riduzione delle forniture di petrolio. Il Brent si è attestato a 55,74 dollari al barile, in calo di 10 centesimi mentre il WTI è aumentato di 15 centesimi arrivando a 52,55 dollari al barile. "La quota prodotta dagli Stati Uniti è pari a quasi 9 milioni di barili al giorno, vicina ai livelli di produzione del 2014" ha dichiarato Michael McCarthy, capo della direzione strategica della CMC Markets di Sydney. La sua analisi è chiara: "Con il greggio chiaramente al di sopra dei 50 dollari al barile, la risposta sul lato dell’offerta è quella di spingere la produzione più in alto" e aggiunge che "questa sovrapproduzione attesa mostra che non è il momento giusto per acquistare". Se gli Stati Uniti giocano al rialzo, dall’altra parte del globo, nella regione dell’Asia e Pacifico, la produzione di petrolio è arrivata invece a toccare il punto più basso mai registrato prima, con metà delle perdite provenienti dalla sola Cina. Le stime di Angus Rodger, esperto della regione e consulente alla Wood Mackenzie, parlano di una diminuzione di un milione di barili al giorno da qui al 2020. Nel 2016 la produzione è stata di 7,5 milioni di barili al giorno. Ma per CinaIndonesiaMalaysia eThailandia, che sono tra i maggiori produttori in Asia, il crollo dei prezzi nel 2014 ha rappresentato un duro colpo. Come spiega Rodger "la scarsità di nuove scoperte di pozzi di petrolio nel corso degli ultimi due decenni, combinato con prezzi più bassi, ha portato ad un tasso medio annuo di declino di circa il 7% all'interno dei campi petroliferi esistenti". Una spirale che continuerà a tenere imbrigliata l’Asia ai suoi livelli attuali.