L'impegno ambientale del Regno Unito post-brexit rischia di deragliare

L'impegno ambientale del Regno Unito post-brexit rischia di deragliare

Marcello Vallese
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Una fuga di notizie rivela come le politiche di Theresa May e quelle di Donald Trump abbiano molti punti in comune

Mai lasciare oggetti personali incustoditi in treno, soprattutto se questi sono documenti riservati del governo britannico che un funzionario ha colpevolmente lasciato esposti alla curiosità dei passeggeri che non hanno perso occasione di fotografarli e gettarli così in pasto alla rete. Il risultato è che da oggi sappiamo che il Regno Unito post-Brexit, impegnato a liberarsi dei lacci e lacciuoli imposti dai tiranneggianti burocrati di Bruxelles, intende allentare il proprio impegno nel contrastare i cambiamenti climatici e il commercio illegale di animali. Una mossa, quella del Primo Ministro May, che riecheggia in parte i tentativi del suo omologo americano reo, dopo aver definito i cambiamenti climatici ''una bufala'', di ostacolare il lavoro della Environmental Protection Agency. Le nuove politiche di Downing Street, secondo gli osservatori, dovrebbero favorire il raggiungimento di accordi bilaterali di commercio fra il Regno Unito e parecchi paesi Africani e Sudamericani, in quella che, citando i documenti incriminati, rappresenterebbe per Londra l’evoluzione verso lo status di ''grande nazione del commercio globale''. Particolarmente critico tutto l’arco politico e sociale anti-Brexit, preoccupato dal potere eccesivo di cui disporrà il governo in carica quando sarà libero di scegliere quali delle migliaia di leggi e regolamenti europei potrà mantenere nel proprio ordinamento. Ma ancora una volta, l’avversaria più agguerrita di Theresa May rischia di essere Gina Miller. L’imprenditrice, che con il suo ricorso vittorioso alla Corte Suprema ha costretto il governo a sottoporre la Brexit a un difficile passaggio parlamentare, sta già preparando un nuovo ricorso nel caso l’esecutivo proceda per decreto nel formalizzare la svolta politica tratteggiata nel documento svelato. Chi sembra aver perso il treno verso un provvedimento che avrebbe portato benefici all’ambiente e al bilancio, è proprio Donald Trump, il cui team aveva per un breve tempo cullato l’idea di una Carbon Tax con l’obiettivo primario per il partito Repubblicano di trovare un modo di finanziare i monumentali tagli alle tasse che il presidente aveva più volte promesso in campagna elettorale. La tassa sulle emissioni di Carbonio, particolarmente gradita dai democratici, aveva trovato nell’altro schieramento degli insospettabili sostenitori come gli ex segretari di stato George Shultz e James Baker, oltre all’ex segretario del tesoro Henry Paulson, ma uno scarno comunicato della portavoce Lindsay Walters ha allontano l’ipotesi, oltre ad escludere anche l’idea di una tassa simile alla nostra IVA. Resta immutata la necessità per l’amministrazione Trump di garantire le coperture per i tagli alle tasse. Da Washington, giurano che la Carbon Tax sia rimasta ferma sul binario, in attesa del prossimo treno.